Chi Siamo

Il C.O.R. (Centro Oratori Romani) è stato fondato nel 1945 dal Venerabile Arnaldo Canepa, catechista laico romano. E’ un’associazione pubblica di fedeli, che opera per promuovere la pastorale oratoriana a Roma.

Il C.O.R. (Centro Oratori Romani) è stato fondato nel 1945 dal Venerabile Arnaldo Canepa, catechista laico romano. E’ un’associazione pubblica di fedeli, che opera per promuovere la pastorale oratoriana a Roma.

Siamo una comunità di educatori volontari di tante realtà parrocchiali differenti che si spende per promuovere l’oratorio come esperienza ecclesiale educativa a Roma.

La nostra Vision

Sogniamo una grande comunità di educatori e catechisti per questa città: persone desiderose di lasciarsi contagiare l’un l’altra, sognatori di nuovi percorsi pastorali e capaci di vivere il carisma educativo dell’oratorio nei segni dei tempi contemporanei.

IL NOSTRO SOGNO MISSIONARIO

La nostra Mission

Tre focus per realizzare il nostro sogno

Network

Creare un contesto di incontro e di scambio reciproco

Creare un contesto di incontro e di scambio reciproco
Il “COR” si propone come tavolo di confronto ed esperienza di rete attiva sul territorio, elemento di ricchezza per creare una sinergia tra la molteplicità di esperienze che, attraverso la condivisione di fragilità e punti di forza, possono riuscire a sostenersi creando un “organismo” capace di affrontare in modo più resiliente i momenti di difficoltà e le criticità a cui spesso gli oratori vanno incontro.

Crescita

Promuovere occasioni di formazione di qualità tra gli operatori pastorali

L’associazione si propone nel creare percorsi a servizio degli oratori per un’esperienza formativa di qualità che si esprime a tutti i livelli e si realizza nelle modalità e con gli approcci che nel tempo sono stati individuati come più efficaci e rispondenti ai bisogni formativi degli oratori e dei nuovi educatori nel cammino di crescita e di approfondimento della propria vocazione.

Promozione

Diffondere l'oratorio nella Chiesa e nella città di Roma

Il COR intende farsi promotore a Roma, attraverso l’oratorio, di un’attenzione ai piccoli, che si traduce nella creazione di uno spazio di accoglienza per le nuove generazioni, per portare loro l’annuncio evangelico attraverso uno stile di animazione, ma anche e soprattutto in un atteggiamento di cura e di prossimità per ciascun bambino, ragazzo, giovane.

Il fondatore

Arnaldo Canepa, Catechista e Fondatore del Cento Oratori Romani, morto il 2 novembre 1966 nella clinica romana della Madonna della fiducia dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita e nato a Roma nel 1882, cresciuto in un epoca che avrebbe in seguito, spesso chiamata “stupida”. Dedicò quaranta anni e più della sua esistenza alla fondazione e direzione di Oratori per ragazzi. Per loro ha rinunziato alle sue attività professionali si è privato gradualmente di tutto il suo avere scegliendo di vivere in francescana povertà. Dopo la sua conversione nel maggio del 1921 e con l’apertura del suo primo oratorio festivo presso la parrocchia di Santa Maria del Buon Consiglio, Roma nel 1931 inizia un opera che lo porterà nel 1945 a fondare l’associazione “Centro Oratori Romani” la quale ne porta avanti lo spirito e il metodo(quattro binari e quattro dimensioni) e che tuttora aspira ad essere un punto di riferimento per gli oratori parrocchiali romani.

Il carisma

Quattro pilastri che significano la nostra testimonianza

Il COR negli ultimi anni ha lavorato molto in chiave di cambiamento paradigmatico dell’esperienza. Il documento Identità e Carisma del COR riassume bene il lavoro significativo di rilettura e attualizzazione del carisma che sta alla base di questo rinnovamento.

«L’edificio del COR poggia su quattro pilastri: Amor di Dio, Amor del prossimo, Devozione alla Madonna, Sottomissione ai superiori ecclesiastici»

Arnaldo Canepa

Il carisma

Una relazione di figliolanza che apre alla paternità

Amare Dio (cfr. Dt 6,5) è la vita stessa dell’uomo (cfr. CCC 1): essa richiede l’esercizio della responsabilità ma, in primo luogo l’accettazione del dono, poiché «Egli ci ha amato per primo» (1Gv 4,19). Perciò il dono carismatico del COR è in prima istanza una profonda consapevolezza dell’amore di Dio (cfr. Gv 3,16; 1Gv 4,16): i catechisti del COR si sentono amati perché hanno sperimentato la misericordia di Dio (cfr. Ef 2,4-5), che in Cristo si rivolge ad ogni uomo. Ora il Dio-Amore (1Gv 1,4-8) si comunica col dono del Suo Spirito (cfr. Rm 5,5) che costituisce gli uomini figli di Dio (cfr. Rm 8,14; Gal 4,7). L’amore di Dio e per Dio che innerva il catechista COR acquisisce forma nella relazione di figliolanza che il catechista ha sperimentato nella sua vita: esso è dunque un “amore di ritorno” a quel Dio che da sempre gli comunica il suo amore paterno.
L’esperienza originaria dell’oratorio è quindi esperienza di figliolanza: ciascuno nell’oratorio sperimenta l’accoglienza affettuosa, la guida consapevole, l’affiancamento nelle gioie e nelle difficoltà, si sente figlio prediletto che può chiamare Dio “Padre” (cfr. Rm 8,15). Il catechista COR sperimenta la paternità di Dio e, ancora nell’oratorio, la maternità affettuosa della comunità ecclesiale; dunque, egli riconosce nella Chiesa la propria Madre (cfr. Gv 19,27) che cresce i suoi figli e gioca con i suoi cuccioli. Questo pegno d’amore ricevuto lo predispone ad amare Dio e dunque a servirlo (cfr. Ap 7,5) nell’opera educativa, nuovamente esercizio di paternità e maternità umane e spirituali.

L'amore al prossimo

Nel "fanciullo" un potenziale aperto alla grazia

Il catechista, nella sua figliolanza riconosce quindi tanto l’amore gratuito di Dio quanto l’apice della Rivelazione, che il suo annuncio porterà ad ogni uomo, infatti«se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4,11). Per Canepa l’amore verso il prossimo e i fanciulli

 

«deve essere un amore di misericordia e cioè di compassione della loro miseria spirituale:
un fanciullo privo della grazia divina è uno degli spettacoli più tristi che si possano vedere nel mondo.
L’Oratorio è sorto per cancellare questa miseria.
Chi non sente questa pietà non può essere catechista»

 

Il catechista che ha sperimentato la Grazia dello Spirito nella propria vita è acceso da questo dono gratuito a spronare ogni uomo a desiderare e cercare la medesima Grazia. La “pietà” di Canepa non è dunque passiva commiserazione ma gioiosa operosità e, soprattutto, sguardo positivo per l’uomo. Il “fanciullo” è dunque il soggetto particolare a cui il catechista rivolge la sua attenzione, ma al contempo è elevato a modello antropologico generale. Esso è biblicamente modello di conversione (cfr. Mt 18,3-4) che porta alla contemplazione del Padre (cfr. Mt 18,10). Il “fanciullo” indica l’“uomo potenziale”, foriero di possibilità di crescita, di scoperta, di maturazione, sempre aperto alla novità della vita; è capace di accogliere la Grazia, cioè di far sì che il Verbo prenda carne nella sua vita. Il catechista, illuminato da questo sguardo sull’uomo, è in qualche modo in contemplazione del mistero dell’Incarnazione stessa, che fa sì che in ogni uomo la Parola si possa rendere presente, ma soprattutto che l’umanità possa scorgere nel Cristo il recupero dell’immagine perduta.

Sottomissione alla Chiesa

Al servizio del corpo di cristo

Il servizio del COR per la Chiesa rappresenta una specificità che arricchisce la realtà poliedrica del corpo ecclesiale. Al contempo, la Chiesa generosamente guida e accompagna la comunità dei catechisti del COR nel discernimento, affinché essi possano degnamente custodire e trasmettere il dono ricevuto. In particolare il COR è chiamato:

 

  • A testimoniare l’unità in quanto comunità di catechisti, che si rivedono in un carisma e in una prassi pastorale condivisa;
  • A rivolgersi ai molti che, condividendo il carisma nell’unità, ne sperimentano i sempre molteplici doni e la pluralità degli spunti nella prassi pastorale. Ovvero, il carisma custodisce una certa universalità o “cattolicità”, per mezzo di una sempre rinnovata sinodalità. Al contempo questa radicata cattolicità permette a ciascun catechista di sperimentare sempre la maternità della Chiesa di Roma, che, per tramite del COR, si comunica lui.
  • A vivere l’apostolicità nella comunione con il vescovo e la comunità tutta di Roma, cioè nel segno pieno della Tradizione Apostolica.
  • A sperimentare la Santità, come dono gratuito dello Spirito nella chiamata battesimale e in quella carismatica particolare, che gli prefigura il Regno. Al contempo, si è consapevoli che la Santità, e dunque il Regno, rappresenta una meta da acquisire con impegno esigente e una realtà da costruire. Il COR, come la Chiesa dunque, prefigura e annuncia il Regno, essendo “segno”, cioè non realtà di per sé esaustiva ma in cammino e in conversione, verso il Regno appunto. Ciò apre ad una sempre necessaria relativizzazione delle sue forme e a una autoconsiderazione non autoreferenziale.

La devozione a Maria

Maria Madre della Chiesa

«Sotto la Sua guida, anche le cose che ora ti sembrano difficili ti riusciranno facili e sicure»

(A. Canepa)

 

Ella è modello per ciascun catechista del COR e, in definitiva, sintesi essenziale del carisma, ovvero dei pilastri precedenti, come ricorda Canepa nel “secondo segreto” che consegna agli Allievi Catechisti, rassicurandoli sulla vita spirituale:

 

  1. La Domina Nostra è dunque la «figlia di Sion per eccellenza»27, cioè sperimenta in maniera perfetta il legame di figliolanza che apre il catechista del COR all’amore di Dio (primo pilastro). Ella è infatti “adombrata dalla potenza dello Spirito Santo” (cfr. Lc 1,35) che costituisce figli ed è dunque modello pneumatologico, che testimonia l’efficacia dello Spirito ai soci del COR, che allo Spirito devono la loro elezione.
  2. La Domina Nostra è quindi madre «all’interno del disegno di incarnazione del Verbo»28, ovvero è modello antropologico di quell’uomo teso a ricevere la Parola che prende carne in lui, la Grazia che si rende efficace, che lascia che esulti la Vita nella sua esistenza, perché in lei «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Maria, custode nel grembo del Verbo, è modello per il catechista dell’uomo potenziale a cui il suo impegno educativo guarderà sempre (secondo pilastro).
  3. La Domina Nostra è infine discepola che «avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce»29, cioè è modello ecclesiale della comunità che sempre si stringe intorno al suo Signore (terzo pilastro), spronando ogni catechista con queste parole: «Fate quello che Egli vi dirà» (Gv 2,5).

L'apostolato laicale

Ma, pur essendo il carisma del COR innestato nella comune chiamata battesimale, nella tradizione COR, esso si rivela in qualche modo particolarmente presente nell’azione di laici, diventando una via di speciale santificazione per gli uomini in questo specifico stato di vita.

Il laico che risponde alla chiamata che deriva dal carisma è inevitabilmente desideroso di partecipare – in primis attraverso la via privilegiata della ministerialità catechistica – alla missione della Chiesa. In particolare il secondo pilastro pone in maniera ancora più evidente il laico nella costruzione di una società “incarnata” con fiducia, poiché l’impegno educativo è sforzo di costruzione del Regno. Invece il terzo pilastro pone il laico in un rapporto più ordinato e “organico” con la dimensione gerarchica della chiesa, confermando la sua dignità e la sua natura.

"3 P" del catechista

Preghiera

Vivere con la preghiera il proprio apostolato ricorda ai laici del COR che «tutte infatti le loro attività, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo» (Lumen Gentium, 34). Così il laico del COR partecipa del munus sacerdotale di Cristo;

Perseveranza

Vivere con perseveranza il proprio apostolato ricorda ai laici del COR che «essi si mostrano figli della promessa quando, forti nella fede e nella speranza, mettono a profitto il tempo presente (cfr. Ef 5,16; Col 4,5) e con pazienza aspettano la gloria futura (cfr. Rm 8,25). E questa speranza non devono nasconderla nel segreto del loro cuore» (Lumen Gentium, 35). Così il laico del COR partecipa del munus profetico di Cristo;

Puntualità

Vivere con puntualità, ovvero con presenza edificante in tutte le situazioni esistenziali e temporali, ricorda ai laici del COR che «Cristo per mezzo dei membri della Chiesa illuminerà sempre di più l’intera società umana con la sua luce che salva». Dunque i catechisti COR «con la loro competenza quindi nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l’opera loro, affinché i beni creati, secondo i fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per l’utilità di tutti gli uomini senza eccezione, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura, portino al progresso universale nella libertà umana e cristiana» (Lumen Gentium, 36). Così il laico del COR partecipa del munus regale di Cristo.