Zio Ben e Winston Churchill al campetto dell’oratorio

Semplice riflessione sull’utilizzo del potere in contesto oratoriano (di Fabrizio Lo Bascio)

Fabrizio Lo Bascio

Scrivo ora, mentre lo spettro degli abusi si ravvisa di nuovo – o forse non si è mai dissolto – sulla Chiesa Cattolica Italiana. E che tra le file di un oratorio potesse insinuarsi nuovamente un tale spettro era immaginabile, ma sembra che noi, noi “addetti al lavoro” nel mondo degli oratori, fino in fondo non vogliamo mai crederci. Perché era immaginabile? Perché in oratorio, che se ne abbia o no consapevolezza, si esercitano relazioni di potere. Il “potere” non è ovviamente l’unica categoria che permette di comprendere in qualche modo un fenomeno ampissimo e molto articolato. Né è di per sè intento, in questa sede, esaurire una riflessione dolorosissima e complicatissima, che vede contributi più autorevoli altrove. E’ il tentativo (forse sciocco) di chiedersi quale forma possieda l’esercizio del potere in oratorio. Per un’associazione che da anni pone come sua finalità «Accompagnare e formare catechisti d’oratorio per una leadership missionaria», chiedersi cos’è il potere in oratorio non è secondario. La riflessione sulla leadership trova in questo blog già qualche premessa, perciò questo spunto non sarà l’unico, se si desidera approfondire.

Tutti noi, in oratorio, abbiamo o abbiamo avuto potere:

  1. il potere di riflettere sui nostri destinatari, sui loro bisogni, di scegliere di essere presenti, di agire in un determinato lasso di tempo o in uno spazio o in modalità. E’ il potere di predisporre attività, di lanciare iniziative, di costruire relazioni: di parlare, animare, giocare, correre, ridere. E’ il potere di tanti educatori della comunità educante, che prima di tutto hanno il potere di dirsi “educatori”, il potere di assumersi una responsabilità, il potere – specialmente per quelli riconosciuti come leader – di legittimare il potere altrui. Non esercitare questo potere significa tradire la propria missione di educatori;
  2. il potere di osservare, di annuire, di essere consapevoli. E’ il potere di conoscere, di approfondire, di fare domande. E’ il potere di non fermarsi al “mio orticello”, il potere di sentire responsabilità più grandi. E’ il potere della comunità più grande nella quale è inserito l’oratorio e la sua comunità educante. E’ la comunità della parrocchia, del quartiere, dei genitori, delle altre agenzie educative. E’ anch’esso un soggetto che legittima il potere del primo gruppo, lo fa talvolta con l’assenso e talvolta con l’accoglienza e l’entusiasmo. Non esercitare questo potere significa mancare nella propria responsabilità;
  3. Infine il potere di assecondare, di “sentirsi parte”, di giocare, di gioire, di sorridere, di fidarsi, di innamorarsi, di stupirsi. E’ il potere dei ragazzi che popolano i nostri oratori. Ma è anche il potere di essere contrari, di non fidarsi, di mandare segnali di dissenso, di difficoltà, di disagio. E’ il potere di legittimare ma soprattutto di delegittimare gli altri gruppi, e di farlo anche nei sussurri più impercettibili. Se i giovani non esercitano questo potere, significa che gli altri due gruppi hanno tradito.

Solo la possibilità e la responsabilità di ciascuno nell’esercitare potere e nell’accogliere il potere dell’altro permette l’oratorio nel suo essere esperienza ecclesiale educativa. Direbbe Zio Ben che «da un grande potere derivano grandi responsabilità», ed è una faccia della medaglia. Se non ti rendi conto che, chiunque tu sia in oratorio, in questo momento hai una grande responsabilità per il tuo potere e per il potere degli altri, non sei un buon leader.

Zio Ben

Ma, forse, c’è di più e direi che «da un grande potere deriva una grande carità». Parafrasando Gesù «Non c’è un potere più grande: dare la vita per coloro che si amano» (cfr. Gv 15…). Love power! Sembrerà un po’ una frase da “bacio perugina”, ma è così: non ci basta il binomio potere/responsabilità, perché la forma di potere che abbiamo conosciuto in Gesù è quella del binomio potere/amore. «Dunque tu sei Re?» chiede Pilato a Gesù. Sì, Gesù è Re ma «non di questo mondo». Egli ha potere. Cioè, Egli può. Egli può agire, può far accadere, può scegliere, può osservare, può legittimare o no, può disprezzare e può… Egli “può”, come i tre gruppi descritti sopra, come ciascuno in oratorio. Se Gesù non potesse, non sarebbe il Figlio di Dio. Ma Egli può perché il Padre gli ha dato questo potere. Non c’è amore senza potere, o verrà meno la possibilità concreta di amare, e non c’è potere senza amore, o verrà meno il volto che Gesù ci ha consegnato del potere. Nella Pasqua che stiamo per celebrare, contempliamo quindi questo mistero: la forma con la quale Gesù manifesta il suo potere.

Gesù è un leader che esercita il suo potere. Gesù ama e manifesta il suo potere dando la vita per coloro che ama.

Se non ti rendi conto che il “potere” che ti è dato in oratorio è quello di amare, cioè di “dare la vita”, non sei un buon leader.

Leadership significa morire. Forse sono solo una serie di sillogismi o forse, anche quest’anno, vogliamo rinnovare questo annuncio! Che è per me ed è per te!

La moglie di Churchill e l’arte paziente di tenere un leader con i piedi per terra

Gi71XogqB7rYLanluca Giansante, nel suo saggio dal titolo Leadership. Teorie, tecniche, buone pratiche e falsi miti, riporta un aneddoto curioso sulla moglie di Winston Churchill. Per avere un’idea si rimanda al breve articolo pubblicato qui. Nel 1940, durante l’“ora più buia” per la Gran Bretagna e l’Europa, il primo ministro inglese si trova in un momento difficile, costretto a prendere decisioni coraggiose e tormentate. La moglie Clementine Hozier però, riconoscendo un cambio nel comportamento del marito, gli scrive così:

«Mio caro Winston. Devo confessare che ho notato un peggioramento nel tuo comportamento; non sei più così gentile com’eri prima. Puoi dare ordini e se sono eseguiti male – eccetto per il Re, l’Arcivescovo di Canterbury e il presidente della Camera – puoi licenziare chiunque. A questo potere immenso devi abbinare buona educazione, gentilezza e, se possibile, calma olimpica. Eri solito ripetere “On ne règne sur les âmes que par le calme” [puoi governare gli altri solo con la calma, N.d.A.] – Non posso sopportare che quelli che servono te e il paese non ti amino come io ti ammiro e ti rispetto. Inoltre non otterrai i risultati migliori con l’ira e la maleducazione. Coltiveranno o repulsione o un atteggiamento da schiavo. (La ribellione in tempo di guerra è fuori questione!) Per favore perdona la tua amata, devota e attenta, Clemmie»

Churchill con la moglie

Una volta si sarebbe detto che «dietro un grande uomo, c’è una grande donna». Ciò che vogliamo soffermarci a  considerare sono gli “effetti del potere”. Giansante cita  studi neuroscientifici che affermano  che in coloro che acquisiscono potere vanno ad “appannarsi” i neuroni-specchio, ovvero quelli che, tra le altre funzioni, consentono l’empatia e cioè di immedesimarsi nell’altro, di capirne le esigenze. Acquisire potere cambia in negativo, e questo avviene a prescindere che lo si desideri o meno. Che parabola interessante! L’empatia, la risorsa più significativa nell’ascesa di un leader, è ciò che viene meno con l’acquisizione del potere. La chiave per esercitare il potere in maniera positiva sembra quindi essere il mantenere il contatto umano: tenersi vicino persone (amici, familiari, colleghi) che ci riportano alla nostra umanità.

Sostiene Giansante:

«Aver avuto al suo fianco una persona che lo riportava con i piedi per terra è stato uno degli elementi che hanno aiutato Churchill ad affrontare uno dei periodi più duri della storia mondiale conservando l’affetto e la collaborazione della sua squadra e del suo popolo. […] Lo sapevano bene nell’antica Roma, dove avevano istituzionalizzato questo ruolo. Quando un generale entrava in città dopo una vittoria in battaglia veniva accolto in trionfo: le persone per strada lo osannavano, regalandogli il tributo per l’impresa eroica. C’era però il rischio che venisse sopraffatto dalla smania di grandezza e dal delirio di onnipotenza. Per questo motivo uno schiavo, un servo tra i più umili, veniva incaricato di ricordare all’autore dell’impresa la sua natura umana e mortale pronunciando, a ritmi regolari, la frase “Respice post te. Hominem te memento”(“Guarda dietro di te, ricordati che sei un uomo”). Sei una persona normale, non sei invincibile»

Per poter continuare ad esercitare la leadership e il potere secondo quella forma della carità è necessario “mantenere l’odore delle pecore”, come suggerisce Papa Francesco. Umiltà, ma soprattutto tenersi vicino le persone che ci correggono per amore.

E infine una riflessione sull’esercizio della leadership nei nostri oratori e nelle nostre parrocchie: quanto ritardare ancora l’avvento di una forma sinodale di esercizio del potere? Un organismo sinodale possiede gli anticorpi necessari per conseguire una forma di potere audace, efficace, scevra dagli “effetti collaterali” che il potere comporta. Una forma sinodale delle nostre comunità rinnova la sua leadership di continuo, indirizza il suo leader, perfeziona l’esercizio del potere. Non si tratta di un meccanismo di bilanciamento dei poteri, tra uno più rappresentativo e uno esecutivo, come se l’organismo ecclesiale possa ridursi a soggetto di metafora statale. Si tratta invece della possibilità che il potere assuma il suo vero volto: una leadership missionaria, cioè non auto-centrata e non autoreferenziale, bensì “a favore”, “per” qualcuno.

Sì, perché una comunità educante d’oratorio la cui espressione di potere “ad intra” è sinodale, rivolgerà più facilmente “ad extra” un potere che ama, che dà la vita e non la tiene per sé, eserciterà di fatto una leadership missionaria.

Da un grande potere deriva una grande carità.
Dietro un grande uomo c’è una grande comunità.

DP55492 scaled 1

Articoli correlati

Cambiare cultura per cambiare struttura

Rileggere i modelli organizzativi dell'Oratorio alla luce della centralità della persona (di David Lo Bascio)

Giovani e Oratori

La vita oltre i social (di don Riccardo Pincerato, direttore del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della CEI). Si tratta dell'intervento presentato presso il Senato della Repubblica durante l'incontro "Giovani e Oratori, la vita oltre i social"

COR: realizzare la proposta pastorale della Diocesi di Roma

Nel Centro Oratori Romani il cammino sinodale ci ha permesso di scoprire che la salvezza passa tramite le relazioni, prima che negli organismi di partecipazione (di Fabrizio Lo Bascio)

“Vino nuovo…” – Il carisma educativo dell’oratorio #2

Il presente articolo, pubblicato in due parti, contiene il testo dell'intervento tenutosi al Seminario di Pastorale Oratoriana "Vino nuovo in otri nuovi", realizzato dal COR nell'ottobre 2024 (di don Fabio Rosini)