“Vino nuovo…” – Il carisma educativo dell’oratorio #1

Il presente articolo, pubblicato in due parti, contiene il testo dell'intervento tenutosi al Seminario di Pastorale Oratoriana "Vino nuovo in otri nuovi", realizzato dal COR nell'ottobre 2024 (di don Fabio Rosini)

Don Fabio Rosini

Il presente articolo, pubblicato in due parti, contiene il testo dell’intervento di don Fabio Rosini al Seminario di Pastorale Oratoriana  “Vino nuovo in otri nuovi”, realizzato dal COR nell’ottobre 2024. (Visualizza seconda parte)

È strano per me trovarmi qui a parlare del carisma educativo dell’oratorio, perché non sono un esperto di oratorio. Io mi occupo semplicemente di giovani, di ragazzi, universitari, ma ho un’esperienza di educatore nella fede; quindi, posso darvi un po’ quello che ho capito.

Il primo punto su cui voglio soffermarmi è il fatto che noi cattolici abbiamo un problema grosso: stiamo indietro nell’esperienza della consegna della traditio della fede. Veniamo da cinquecento anni di controriforma in cui abbiamo sottolineato in maniera esagerata il tema delle opere. Infatti, sapete che Lutero nega che ci si salvi per le proprie opere – fuorviando il tema di San Paolo sulla “Legge e la Grazia”, declinandolo nell’accezione che ci si salvi “solamente per fede”, e questo ha portato i protestanti alla convinzione che non occorra fare niente di operativo. Questa cosa qui ci ha portato a reagire come Chiesa col Concilio di Trento, in cui si afferma che le opere sono importanti, e a drammatizzare un processo che era già in corso dagli inizi della storia della Chiesa. Infatti, il linguaggio che noi abbiamo nella Bibbia è fondamentalmente di tre tipi: gli ebrei suddividono l’Antico Testamento come lo suddivide Gesù Cristo apparendo ai discepoli (cfr. Lc 24, 13-35) quando inizia a conversare con loro, ovvero «nella Legge, nei Profeti, nei Salmi». I Salmi sono la parte più “mobile”, che possiamo chiamare gli “Scritti”. Per gli ebrei, l’Antico Testamento consiste nel Tanak, cioè Torah, Nebiim e Ketubiim – alla lettera “legge, profeti e scritti”. In quest’ordine. Ma noi non abbiamo quest’ordine nella nostra Bibbia cristiana: noi abbiamo la Legge e gli Storici, i Sapienziali e i Profeti per ultimi, che si attaccano al Nuovo Testamento secondo quella che è la nostra percezione. Insomma, questi tre linguaggi “Legge, Profeti e Scritti” corrispondono al linguaggio nomistico-legale, al linguaggio profetico-parenetico (esortativo, etico) e al linguaggio sapienziale-didascalico-educativo. Nel Nuovo Testamento questi tre linguaggi vengono traslati in maniera peculiare.

Don Rosini Seminario di Pastorale Oratoriana 2024

 

Il linguaggio nomistico-legale

Il primo, il linguaggio nomistico, quello della legge, nel Nuovo Testamento è rappresentato con affermazioni secche, tipo “prendere o lasciare”. È il Kerygma, ovvero l’annunzio del Cristo morto e risorto, cioè, curiosamente, lo stesso tipo di linguaggio “prendere o lasciare” che è usato da San Paolo: vi ho annunziato ciò che io ho ricevuto» (cfr. 1Cor 15,1-11); e lo stesso linguaggio che utilizza delle affermazioni fondamentali che sono predeterminate, un po’ come la storia di quando i discepoli di Emmaus tornano a Gerusalemme (cfr. Lc 24, 24) e trovano i discepoli e dicono: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Pietro». Gesù non è apparso, apparirà di lì a poco, ma che cos’è quel “davvero il Signore è risorto ed è apparso a Pietro”? E’ simile a San Paolo nella lettera ai Corinzi: «Il Signore morì, fu sepolto, è risorto ed è apparso a Pietro e ai Dodici» (1Cor 15, 3-5) cioè sono formule predeterminate che tutti dicevano. “Cristo è risorto”, dicevano a Pasqua, e gli orientali-russi ancora oggi a Pasqua si salutano dicendo: “Cristo è risorto” “È veramente risorto”. Ma qual è il punto? Che sono informazioni secche, rappresentano il seme della fede, ciò da cui la fede parte.

Il linguaggio profetico-parenetico

Il linguaggio profetico, etico-esortativo, cosa diventa nel Nuovo Testamento? Pensate al linguaggio esortativo di San Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente» (Rm 12, 1), cioè a essere strumenti del bene, della giustizia; o al linguaggio  paolino che esorta alla coerenza del battesimo: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati… possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6, 3-4). “Camminare” ha a che vedere con la condotta, con l’etica. Questo è un linguaggio esortativo.

Se da un lato vi è il Kerygma, dall’altro troviamo il linguaggio parenetico, cioè la prassi. Molti di voi avranno fatto esperienze kerygmatiche, cioè di forte annuncio della fede, che sono iniziate ad andare di moda una decina di anni fa: ad esempio, “le ventiquattr’ore per il Signore” o la “luce nella notte” [1], esperienza questa che prevedeva di stare tutta la notte presso una Chiesa. Ricordo ragazzi che passavano, entravano in Chiesa, si confessavano – confessori in tutte le lingue, pure in calabrese! – molti sono entrati, hanno fatto l’esperienza e poi non è successo nulla. Altri invece hanno avuto un incontro efficace, si sono ricordati di essere cristiani. Questi ragazzi poi tutto ad un tratto si presentano in parrocchia, raccontando che hanno fatto questa esperienza e chiedendo: “E adesso?”. Di solito uno non può avere un rapporto occasionale con Gesù Cristo, ci deve essere una storia, ci siamo incontrati e si va avanti.

Che cosa gli propone la parrocchia? Se un ragazzo ha un ritorno alla fede, ha un momento in cui ha ritrovato la fede, cosa propone la parrocchia?

«Ieri sera stavo per i fatti miei, stavo turbato con le mie zozzerie, mi sono confessato, sentito perdonato, amato, accolto, contento, mi sembra meraviglioso». Cosa gli propone la parrocchia? Siamo sinceri: il volontariato! Si passa dall’annunzio alla prassi direttamente, senza passare dal via. Qualcosa non va. Non può essere così, non è accettabile come sistema. Ci dev’essere in mezzo qualcosa. Infatti, l’ordine canonico cristiano ha un suo perché: la Legge, poi la Sapienza e infine la prassi, la coerenza. Quando San Paolo dice: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente» (Rm 12, 1), non è il capitolo primo della Lettera ai Romani, è il capitolo dodicesimo! Tutti gli altri undici capitoli sono stati scritti da San Paolo senza mai usare neanche un singolo imperativo, perché i primi 11 capitoli servono a spiegare la Salvezza cristiana, e ricordarla a coloro che erano in Roma. Solamente al dodicesimo capitolo, come fa notare il grande Romano Penna [2], compare, nel testo succitato, un imperativo.

A chi parlava San Paolo nelle sue lettere, in cui esorta, sferza e richiama? A della gente che era già arrivata al battesimo, e ci era arrivata superando un serio fuoco di sbarramento, se si pensa che, a quel tempo, diventare cristiani voleva dire mettersi fuori dal consesso civile. Non era da like, non era mainstream essere cristiano, anzi, era il contrario! Se eri cristiano eri perseguitato, forse anche martirizzato, cose di questo genere. Allora, Paolo rivolge questi imperativi, ridondanti nelle sue lettere, a gente che già aveva vissuto un serio processo di iniziazione e addestramento.

Il linguaggio sapienziale-didascalico-educativo

Fra l’annunzio iniziale e la prassi che giustifica gli imperativi, cosa c’è in mezzo? C’è qualcosa che potremmo chiamare “addestramento”. Il linguaggio dei Libri Sapienziali nell’Antico Testamento è il linguaggio didascalico, è il linguaggio paterno del maestro col discepolo. 

Oggi come oggi abbiamo una prassi addestrativa praticamente nulla nella Chiesa perché abbiamo perso questa impostazione. Come mai nella Chiesa sparisce pian piano l’Iniziazione Cristiana? Che succede nella storia? Nell’editto di Costantino (313 d.C) la fede cristiana diventa lecita. Pochi anni dopo, con l’editto di Teodosio (380 d.C.), la fede cristiana diventa addirittura necessaria per poter assolvere a cariche pubbliche. Cioè siamo passati, in settant’anni, da perseguitati a persecutori: se non eri cristiano non potevi accedere a cariche pubbliche; di fatto siamo arrivati velocemente alla ghettizzazione degli altri. Essere cristiani a quel punto era una scelta o l’accesso alla plausibilità sociale? E allora, mentre prima per diventare cristiani bisognava fare un percorso per venire battezzati, pian piano abbiamo visto sparire l’annunzio, perché essere cristiani diventò appartenenza ad un sistema sociale, e vediamo sparire l’addestramento alla vita cristiana. Cosa sostituisce l’antico addestramento della chiesa dei primi secoli? Il nulla perché si passa direttamente alla prassi, al risultato.

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