“Vino nuovo…” – Il carisma educativo dell’oratorio #2

Il presente articolo, pubblicato in due parti, contiene il testo dell'intervento tenutosi al Seminario di Pastorale Oratoriana "Vino nuovo in otri nuovi", realizzato dal COR nell'ottobre 2024 (di don Fabio Rosini)

Don Fabio Rosini

Il presente articolo, pubblicato in due parti, contiene il testo dell’intervento di don Fabio Rosini al Seminario di Pastorale Oratoriana  “Vino nuovo in otri nuovi”, realizzato dal COR nell’ottobre 2024. (Visualizza prima parte)

Il “vino nuovo”

Quindi, noi ci siamo andati a prendere Aristotele come modello filosofico per educare al Bene. Ma che ci facciamo con Aristotele che è pre-cristiano? I Padri della Chiesa ce li siamo dimenticati? Una visione cristiana alternativa, ad esempio, è quella di San Basilio il Grande [4] , che consegnò una sintesi antropologica preziosa. Diceva San Basilio che l’uomo è una cosa buona: non c’è da forzare nessuno, ma da valorizzare.

BENE

Il Bene non è fuori di noi, da raggiungere. Noi pensiamo che il Bene sia un elemento estraneo. San Basilio, padre della Chiesa, dice che l’uomo è una cosa bella e il Bene è all’origine, compatibile con l’uomo. L’uomo è fatto per essere evangelizzato. Pensiamo alla Pentecoste: quando gli ascoltatori udirono i discepoli che, mossi dallo Spirito appena ricevuto, annunziavano la buona novella cosa dicevano? «Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia… – greci, romani… – e li sentiamo parlare nelle nostre lingue native» (cfr. At 2, 9-11). Cos’è la lingua nativa? È “pasta e fagioli di mamma”! È “cacio e pepe”! La “cacio e pepe” romana è una cosa ben precisa! Non esiste la “n’duja di Tokyo”! La lingua nativa è il “sapore di casa”: quando sentono parlare è come se pensassero: «Ma questo sa della zuppa di pesce che faceva mia madre! Del brodetto marchigiano!». Hai presente quando ti senti a casa? Questo “sentirsi a casa” è la lingua nativa. Parlavano a loro.

Un esempio banale: il rock degli anni ‘70, i Genesis o gli Yes, è il rock della mia generazione. Quando io sento il rock anni ‘70 è come se mi “sentissi a casa”. In quel momento è come se avessero messo i Genesis.

La verità non si conosce, si riconosce.

E’ qualcosa di intrinseco, non estrinseco; endogeno, non esogeno. Questa cosa qui mi metterà in movimento, perché io questa cosa la considero mia, mi piace.

Allora il “vino nuovo” dell’uomo, qual è? Questa bellezza! Papa Francesco in un incontro con gli universitari di Bologna [5] ha parlato di come si combatte il male, a differenza delle “martellate” di cui sopra, tipiche nei cammini formativi ecclesiali.

Papa Francesco disse: c’è da una parte l’esempio di Ulisse che resiste legandosi alla nave mentre attraversano la zona delle sirene: capendo il pericolo delle sirene, si fa legare al palo maestro. Gli altri hanno le orecchie tappate e non sentono niente, ma lui sì! Essendo legato al palo, però, Ulisse non cede. Questa è la nostra immagine della lotta contro la tentazione: resisti!

Ma c’è un’altra storia più bella: quella di Orfeo, che deve uscire dagli inferi e per farlo deve passare per il “mare delle sirene”, perché la sfida di Orfeo è uscire senza guardarsi indietro, uscire dall’Ade senza volgersi indietro, uscire dal passato senza nostalgie pericolose. Come va Orfeo oltre le sirene? Non legandosi a qualcosa, non con una forzatura, con una legatura… Si mette a cantare! Infatti, Orfeo è sempre rappresentato con una cetra in mano.

Orfeo canta un canto più bello di quello delle sirene.

Vi ricordo la definizione di “peccato”: “pecca” vuol dire “limite, mancanza”. Infatti si dice: “pecchi di umiltà”; che vuol dire? Mai visto questo peccato! Cioè “ti manca l’umiltà”. Il concetto di peccato è quello di “mancanza”. Infatti il termine greco ἁμαρτία significa “fallire il bersaglio”. È l’immagine del figliol prodigo (cfr. Lc 15, 11-32) che, appunto, cerca la vita lontano dalla casa del padre, la cerca nella carne, nella psiche, nel divertimento con gli amici e ad un certo momento si ritrova con il risultato che il divertimento non c’è, che sta male. E allora il testo dice: «Rientrò in sé stesso». Dove stava prima? Rientrò in sé stesso, ossia nel suo IO più profondo, nel verità che c’è dentro ogni uomo. Rientrò in sé stesso e si ricordò di essere figlio di un padre meraviglioso. Si ricordò che “casa sua era” il posto più bello del mondo. Il posto da cui scappava era un posto splendido. E tornò a casa.

Quello che io annunzio ai giovani non è un modello o un mondo migliore, io gli annunzio la loro bellezza, io gli parlo di quanto sono belli. 

Ecco, dunque, l’analisi etimologica: edurre, “tirare fuori” (da ex-ducere), evidenziare, valorizzare. C’è il bene in loro, c’è in loro un seme che è l’eredità della creazione, la memoria della vita, la benedizione originale, la bellezza della vita in sé. L’adulto deve annunziare la bellezza, non deve annunziare il modello. “Diventare sé stesso” non significa diventare un avenger, una “showgirl” americana, un “fusto” americano. Ce ne sono già tanti di modelli che schiacciano. La nostra logica non è questa.

INCARNAZIONE

Questo è ciò di cui parlo: a un giovane, a un ragazzo, arriva qualcuno – un angelo – che gli annunzia una Parola, questa Parola viene accolta e inizia a permeare tutto ciò che gli sta intorno: il ragazzo diventa sé stesso. Alla fine verrà fuori qualcosa che ha tutto del soggetto ma anche tutto dell’angelo, di ciò che gli è stato annunziato. Questa si chiama “Incarnazione”. Per fare un figlio d’uomo ci vuole l’ovulo femminile e il seme maschile. Ed è bene ricordare che deve essere nella natura di quell’ovulo umano il poter accogliere il seme divino. Per fare un Figlio di Dio ci vuole la Parola dell’angelo. Ci vuole il vero Uomo e il vero Dio, la parola dell’angelo che per opera dello Spirito Santo prende carne. È l’incontro tra Dio e l’uomo, l’Incarnazione. Seminiamo il Verbo nel cuore delle persone, parliamo di quella bellezza lì, quella bellezza recondita, perché l’uomo ha un potenziale che viene dal suo essere stato creato per essere salvato. Il figlio di Dio non è un prodotto dell’opera umana ma opera di Dio nell’uomo.

A Pentecoste si dice: «Li sentiamo nella nostra lingua natia annunziare le opere grandi di Dio» (cfr. At 2, 11). Dio opera. Quando Dio chiama il padre della fede, Abramo, cosa gli dice? «Esci dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre e cerca di fare ogni sera un po’ di figli… fallo tu»? O quando l’angelo va da Maria, le dice: «Ecco, Maria, sei stata selezionata in un casting celestiale per fare il Figlio di Dio, ti diamo un budget, se vuoi puoi andare da tua cugina Elisabetta per fare un training». E lei: «Farò come tu hai detto»? Dio, invece, dice ad Abramo: «Farò di te una benedizione e in te si diranno benedette tutte le nazioni della terra» (Gen 12, 3). Cioè la benedizione non è opera tua, è opera di Dio, per te. Quando Gesù chiama Pietro e Andrea, dice: «Vi farò diventare pescatori di uomini» (Mt 4, 19). Vale a dire: “Io farò questo, non voi farete questo!”. Quanto ci metterà Pietro a liberarsi del suo ego? Dice: «Tranquillo, non ti tradirò mai», poi fa un casino e scopre che deve far fare le cose a Dio. Maria dice: «Avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1, 38)… come a dire: «l’hai detto, e mo’ lo fai!» “Avvenga di me secondo la tua parola” è un desiderio, è una cosa bella.

In occasione del primo miracolo di Gesù, quando manca il vino a Cana e Maria dice ai servitori: «E dai, sforzatevi, impegnatevi, fate qualcosa»? No. Maria dice: «Fate quello che Lui vi dirà» (Gv 2, 5). Chi fa il miracolo? Gesù. A chi lo fa fare? A noi! La potenza di Dio passa per le mani degli uomini.

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