Smetterla di fare oratorio ed iniziare ad essere oratorio pt.3

Educatori ingaggiati e non

adulti; cambiamento; engagement; impegno; leadership; oratorio; relazioni
02 Giugno 2024
Fabrizio Lo Bascio

Educatori non-ingaggiati e disingaggiati attivi

Il processo per favorire l’engagement e la riscoperta carismatica del nostro oratorio sarà lungo e laborioso per i leader, ma è la «porta stretta» da varcare per iniziare ad essere oratorio e non fare l’oratorio, giungendo ad un paradigma nuovo. Si è già evidenziato in questo blog quanto le persone che percepiscono in maniera forte la loro relazione spirituale col carisma siano estremamente attive e propositive, con un profondo impatto nella realtà in cui si trovano. Si è anche già evidenziato come un nuovo profilo di oratorio “ingaggiante” abbia nella cura delle relazioni e nell’accensione di emozioni calde la sua nota caratteristica. Ma se passiamo in rassegna mentale i nostri educatori è difficile pensare a una comunità educante pienamente ingaggiata. Sempre, secondo Winseman (cfr. Growing an engaged church) vi sono due tipi di fedeli - e dunque di educatori - oltre gli ingaggiati: i “non-ingaggiati” e i “disingaggiati attivi”. I primi sono gli educatori “sulla soglia”, in attesa (magari inconsapevole) di iniziare una relazione spirituale diversa col carisma dell’oratorio, gli altri sono gli educatori fattivamente molto attivi ma che, senza una relazione positiva col carisma, vivono l’esperienza ecclesiale dell’oratorio con una forte negatività.

Gli educatori non-ingaggiati frequentano magari regolarmente, ma non hanno una connessione psicologica o emotiva con il loro oratorio; le loro connessioni sono più sociali che spirituali. Vi sono due considerazioni importanti da fare:

  • Gli educatori non-ingaggiati hanno la stessa probabilità̀ degli ingaggiati di essere completamente “soddisfatti” dei loro oratori. Tuttavia, i non-ingaggiati si donano meno, si pongono meno a servizio; in qualche modo stanno con il “freno a mano tirato”, non si lasciano coinvolgere fino in fondo dalla comunità educante e dal servizio in oratorio;
  • Questi educatori non rappresentano una criticità perchè sono semplicemente uno specchio della loro comunità educante! Stanno aspettando un'opportunità di diventare ingaggiati, anche se potrebbero non saperlo ancora.

Come leader di una comunità educante, questi educatori sono quelli su cui concentrare la nostra attenzione. Bisogna trovare modi per affrontare i problemi di engagement di questi educatori, già ricettivi in qualche modo, e sviluppare così la vita spirituale complessiva della nostra comunità educante.

Gli educatori disingaggiati attivi sono fisicamente presenti ma psicologicamente ostili. Sono paradossalmente spesso infelici nelle loro comunità educanti e, magari senza accorgersene, insistono nel condividere la loro sofferenza con quasi tutti. La loro negatività è prosciugante per l’efficacia della missione del nostro oratorio, e come leader probabilmente spendiamo una smodata quantità di tempo ed energie con loro. Sono quelli che reclamano, i primi a criticare - «Non abbiamo mai fatto in questo modo prima» o, meglio ancora, «si è sempre fatto così!» - quando qualcuno propone un'idea innovativa. La chiave per rapportarsi con gli educatori disingaggiati attivi è, paradossalmente, evitare di concentrare le energie su di loro. Piuttosto, è utile concentrarsi nel migliorare l’engagement, e nel muovere gli educatori da non-ingaggiati ad ingaggiati. La migliore chance per i disingaggiati attivi di migliorare il loro livello di engagement non è attraverso l’attenzione dei leader, bensì attraverso la loro relazione con i non-ingaggiati che stanno diventando ingaggiati. Sarà la “massa critica” degli ingaggiati a far emergere un profilo nuovo di oratorio e di comunità educante, vincendo le tensioni, le negatività, le ritrosie di una parte degli educatori che, inevitabilmente non si adatterà al cambiamento di paradigma.

Tagliare, potare, innestare

Un buon metodo per convertire le nostre comunità educanti in realtà ingaggiate, appassionate, in definitiva “missionarie”, lo propone Bonetti col suo tagliare, potare, innestare (cfr. Una parrocchia di palline d’argilla). Attenzione, però! La conduzione di una comunità educante è compito assai arduo per un leader, che coinvolge molti fattori. Tagliare, potare, innestare non ha a che vedere con la selezione delle persone ma piuttosto con la cultura organizzativa disingaggiata, ed implica fare scelte ed azioni concrete, talvolta anche molto dolorose.

Fare discernimento alla lettera implica proprio questo: compiere e perseguire scelte

Non si tratta di un metodo che vuole escludere per costituire una élite, un'enclave di educatori discepoli missionari, bensì di una ricomprensione delle nostre priorità, del senso delle nostre azioni e di ciò che opportuno fare per iniziare ad “essere” oratorio e non “fare” l’oratorio. L’orizzonte è quello del “frutto”, ogni azione è nell’ordine di una migliore fioritura nel deserto, perciò è necessaria quella sapienza del buon discernimento, che è richiesta per distinguere il grano dalla zizzania (Mt 13,24-30). E ripetiamolo: la zizzania non sono le persone ma le tante stratificazioni culturali e paradigmatiche che non permettono al carisma di emergere.

  • Tagliare, ovvero avere il coraggio di eliminare le strutture che appesantiscono, gli schemi comportamentali e interpersonali che non fruttificano, i progetti e le iniziative che oberano. E, in particolare, i luoghi di potere escludenti.
  • Potare, ovvero “asciugare” affinché le esperienze buone migliorino. Dice Bonetti che è il passo più difficile perché darà l’impressione di retrocedere.
  • Ma soprattutto innestare, cioè avere la capacità di lasciarsi fecondare dalle nuove realtà fruttifere intorno a noi. Mi viene in mente a Roma il grande movimento che ogni anno generano i Dieci comandamenti di Don Fabio Rosini, ma anche la proposta del Servizio Orientamento Giovani (SOG) dei frati minori di Assisi e chissà quante altre realtà, movimenti sparsi per la penisola: «le nuove forme di nuova evangelizzazione possono rappresentare una possibilità preziosa di innesto, nella comunità, della bellezza di queste esperienze, da parte delle persone che le hanno fatte. Sappiamo infatti che chi vive queste forti esperienze di annuncio fa poi fatica a ritrovare qualcosa di significativo nella vita ordinaria delle parrocchie e questo genera la critica di essere situazioni che portano via persone alle comunità. […]. Non servono persone diverse, ma persone rinnovate nella fede. Tutti i cammini che aiutano le persone a fare un'autentica esperienza di Cristo, che le rende libere e forti nella fede, sono soggetti sui quali» puntare per la costruzione di una comunità educante ingaggiata.

Il deserto

E se invece il deserto è intorno a noi? Se non vi sono piante da tagliare, potare e innestare? Se l’oratorio è un lontano ricordo nelle nostre parrocchie e non vi sono comunità educanti? Nella mia esperienza come accompagnatore nei processi di apertura di un oratorio, tante volte ho condiviso il dolore di parroci e leader laici nello “sperimentare il deserto”. Anni di noncuranza e strategie pastorali miopi possono condurre alla desertificazione dei nostri oratori. Il “deserto” è l’esperienza umana della solitudine, del pericolo, dell’incapacità di cogliere un orizzonte. Ma è il luogo dove Dio parla (Dt 2,7; 1Re 19; Ger 35; Lc 4,1-13). Anche qui, la soluzione è nel cambio di paradigma: se ci fermiamo sul problema di quel deserto e ci affanniamo a riportare l’acqua, costruire dighe e sofisticati impianti idraulici, gettare fondamenta, risulterà impresa costosissima e pressoché impossibile. Ricostituire una proposta pastorale efficace per i nostri oratori offre talvolta la medesima sensazione, cioè che lo sforzo sia stato vano. In altri casi, la determinazione di un leader potrà anche portare con enormi sacrifici alla costituzione di una qualche proposta, che con difficoltà e affanno, porterà anche i primi frutti dopo un certo tempo. Ma se la coltura non ha solide radici, il caldo afoso del deserto la seccherà. E l’oratorio, magari perdendo il sostegno che al progetto pastorale offriva il protagonismo del leader, senza una comunità educante ricca del carisma, vedrà il progetto lentamente dissolversi. Nei processi di apertura e costituzione di oratori è innumerevole la quantità di esperienze che ho visto concludersi lentamente, al trasferimento del parroco o del vice-parroco che sposavano il progetto d’oratorio, o con l’affrancarsi dei leader laici dal ruolo di conduzione della comunità educante.

Un modello alternativo viene dalla strategia per la bonificazione dei deserti di Masanobu Fukuoka (1913-2008): lanciare piccole palline di argilla, mix di semi e sostanze nutritive, nel deserto affinché fioriscano e fruttifichino alla prima pioggia. Il caldo seccherà le piantine emerse nel deserto ma le radici sopravvissute permetteranno alla pioggia successiva una coltura più florida e la lenta bonificazione dell’area desertica. Si tratta di una soluzione infinitamente meno costosa dei pesanti interventi ingegneristici e nettamente più efficace, capace di vivere l’imprevisto. Si tratta di una strategia antifragile, come verrà spiegato più avanti. Ci basti pensare ai nostri deserti così: come leader abbiamo il compito di formare un mix di grandissima vitalità e generatività che possa pian piano bonificare i nostri oratori. Un mix di persone ingaggiate, innamorate del carisma dell’oratorio, che con il calore delle relazioni interpersonali e la forza generativa della missione condivisa faranno da “lievito” nell’impasto delle relazioni parrocchiali. Non è necessario un numero spropositato, bastano pochi e piccoli elementi spiritualmente attivi. Con le adeguate strategie di engagement, questo mix creativo potrà crescere florido e rigoglioso. Importante, come si vedrà, è la definizione di una finalità condivisa, che è al contempo un frutto e un processo costitutivo del primo nucleo di una comunità educante.

Non c’è oratorio senza adulti

Crescere educatori ingaggiati è quindi la missione che un buon leader può assumere. L’engagement apre al commitment, cioè all’impegno attivo nella comunità cristiana a favore dell’educazione delle giovani generazioni. Dalle riflessioni sull’engagement emerge chiaramente come un educatore ingaggiato mostri una differenza palpabile, costitutiva, rispetto ad un qualsiasi altro membro della comunità cristiana. E’ questa differenza, questa “distanza”, questa asimmetria che nella comunità cristiana definisce chi è “iniziato” alla fede e chi no. E la medesima asimmetria è necessaria affinchè una data relazione possa distinguersi come educativa. Armando Matteo, nella sua riflessione sull’eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni (cfr. Pastorale 4.0), mostra come la “distanza” nel cambio di paradigma odierno sia totalmente esaurita. La vita adulta è eclissata a favore di un’eterna giovinezza. Il senso di responsabilità, di dare alla luce, di prendersi cura, di lasciar andare - e, diciamolo, di morire - espressioni e compiti dell’adultità a favore delle giovani generazioni sono totalmente accantonati di fronte ad un modello d’uomo eternamente giovane. E questo inceppa qualsiasi forma di educazione e di trasmissione della fede:

sono gli adulti, i modelli di vita, che mancano

Non nascondiamoci: gli oratori sono affetti da una patologia giovanilista: «rimanere giovane, stare con i giovani per sentirsi giovani ecc..», quanti slogan… che sono proprio la negazione di ogni orizzonte educativo che voglia dirsi tale. Il giovanilismo imperversa: la stragrande maggioranza delle energie della comunità cristiana sono dedicate alle nuove generazioni e al contempo le giovani generazioni sono quelle con più ampia proposta di scelta tra le offerte di educazione cristiana. Nel nostro blog ci si era già dedicati a questo aspetto in riferimento alla gestione “adulta” del tempo. Da questo paradigma perpetrato negli ultimi secoli qualcuno riscontra risultati significativi? La maggioranza degli sforzi risultano vani e quegli highlander (anagraficamente) adulti che persistono nella vita ecclesiale - a meno che animati da un forte desiderio di ricerca - rimangono con una fede pressoché bambina, perché soltanto nell’infanzia la comunità cristiana si è premurata di educare la loro fede.

Costituire educatori ingaggiati significa, in definitiva “formare adulti”

Come suggerisce Matteo il nostro modello paradigmatico non può più essere quello del “diventa adulto e sarai cristiano”, dove la vita adulta, quella del senso del dovere e delle responsabilità, trovava nel cristianesimo che indicava un “aldilà” un alleato, un sollievo per le asprezze quotidiane. Semplicemente, queste asprezze non vi sono più e non conviene più desiderare un “aldilà” di fronte a ciò che può offrire l’”aldiquà”, e quindi il gioco è presto fatto: il cristianesimo è cosa da bambini. Al contrario, la scelta da opzionare è per il paradigma “diventa cristiano e sarai adulto”, cioè la trasformazione per la quale l’uomo, e dunque l’educatore, pienamente coinvolto dalla propria fede, possa aprirsi con spirito adulto e maturo alla vita, con un desiderio di vivere il presente senza che sia un “eterno presente”, un’eterna giovinezza. Il modello carismatico, antropologico e biblico del “fanciullo” indica una potenzialità che la Grazia desidera attuare, non una potenzialità cieca, una volontà di potenza. Non è un modello infantile ma un modello potenziale, cioè ricettivo della Grazia, verso la vita adulta.

Una comunità di testimoni

E’ necessario investire su educatori adulti per educare le nuove generazioni e trasmettere la fede: «l’adulto dunque serve. E l’adulto che serve è proprio quello che incarna la specificità umana dell’essere della cura, della generatività. Della gioia di dare gioia. Della “responsabilità”. [...] Ma come possono i giovani crescere se davanti a loro non ci sono altro che pessime fotocopie di loro stessi, quei falsi giovani che sono diventati adulti? Cosa possono insegnare ed indicare alle nuove generazioni adulti tutti presi da loro stessi, pacificamente narcisi, indifferentemente autoreferenziali, giusto preoccupati di non apparire vecchi e di non perdere alcuna occasione di godimento? Cosa resta dunque dell’adulto? Cosa resta di quell’adulto che incarna la forma della cura quale suo proprio, rispetto alle altre fasi dell’esistenza? Cosa resta in particolare di quella testimonianza concreta dell’essere generativo che da sempre fa la differenza tra la nostra e le altre specie presenti sul pianeta?» (A. Matteo, Pastorale 4.0). Non si sta negando che ogni buon educatore debba saper parlare un linguaggio giovane, cogliere le situazioni da un punto di vista squisitamente giovanile e adottare una pedagogia e una metodologia adeguate ai destinatari della propria azione educativa. Non si sta neanche affermando che sia la media anagrafica delle comunità educanti un fattore di qualità delle stesse, poiché, come esplicitato, l’elemento anagrafico non è necessariamente indice di quella adultità che è richiesta all’educatore. Si sta invece riflettendo su come le nostre comunità educanti possano configurarsi in otri nuovi (cfr. Lc 5,37) in virtù di quell’adultità intrinseca nell’essere educatori.

Al termine di questo articolo possiamo fare un gioco: rileggere tutto e al posto di “ingaggiato” o “adulto” trasporre testimone. Una comunità educante è una comunità di testimoni.

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