Smetterla di fare oratorio ed iniziare ad essere oratorio pt. 2

Il ruolo delle emozioni nel processo di Engagement

cambiamento; emozioni; engagement
16 Maggio 2024
Roberta De Santis

Come abbiamo già visto nel precedente articolo dedicato all'argomento su questo blog, un processo di engagement non è altro che una riconnessione emotiva e spirituale forte con il carisma educativo che l’oratorio tramanda alle nuove generazioni e con le relazioni interpersonali dei membri che compongono la comunità educante, il gruppo degli educatori. Si sono viste anche alcune strategie (12 punti) per avviare una comunità educante con il presupposto di educatori “ingaggiati” o per riavviare dinamiche di engagement all’interno di un gruppo di educatori preesistente. In questo articolo proveremo invece a soffermarci su una dimensione specifica del processo di engagement, trascurata al più nei processi formativi e di accompagnamento del mondo spirituale, ovvero quella emotiva.

Il ruolo delle emozioni nel processo di engagement è determinante.

Daniel Goleman, nel suo testo Intelligenza Emotiva, afferma che: «le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili e importanti perché possano essere affidati al solo intelletto». Ciò che dunque ci fa uscire dal paradigma del “fare” l’oratorio, per accedere ad un paradigma dell’ ”essere”  è proprio la nostra dimensione emotiva.

Come dice San Giovanni Bosco: «non basta amare i giovani: occorre che loro si accorgano di essere amati». L’amore - cioè questa sorgente potentissima del nostro servizio che è insita nel carisma dell’oratorio - può dimostrarsi in vari modi, ma soprattutto attraverso il cuore. 

Fare i conti con il cuore, ovvero con le proprie emozioni, significa fare i conti col portato emotivo che il dono carismatico dell’oratorio portà con sè; significa quindi fare i conti con sè stessi! Inutile ribadire quanto sia difficile riconoscere  ed esprimere le proprie emozioni e quanto si renda necessaria una corretta educazione alla propria intelligenza emotiva; avere a che fare con questa dimensione dell’amore, del dono dello Spirito, ovvero con la dimensione emotiva significa mettersi in gioco costantemente, offrire un pezzo di sé all’altro, e - in qualche modo - mettersi a nudo. E l’uomo, biblicamente, ha paura di essere nudo (cfr. Gen 3,7) In un certo senso nell’episodio di Genesi assistiamo ad una grande opera di “disingaggio” del tentatore: disconnettere gli uomini dalla mission che Dio gli ha consegnato e disgiungere l’uno dall'altro, l’uomo dalla donna. Il peccato ci “disingaggia”, ci disconnette dal dono spirituale, ci isola nella comunità degli educatori e istiga la paura per ciò che siamo per la nostra nudità. Al divisore convengono persone spaventate della loro nudità, incapaci di mettersi in contatto con questo dato profondo, che è la nostra dimensione emotiva. Perché l’engagement di un educatore passa in maniera speciale per quella via.

 

Nella mia esperienza - ma immagino anche in quella di molti - ho scoperto che i bambini e i ragazzi sono dotati di questo “magico super potere”: quello di assorbire come spugne, nel bene o nel male, tutto ciò che gli offriamo.

Costantemente tutti noi inviamo segnali emozionali che influenzano le persone con le quali ci troviamo e relazioniamo. John Cacioppo, lo studioso di psicofisiologia sociale della Ohio State University che ha condotto degli studi sugli scambi emotivi, osserva: «Può bastare la vista di qualcuno che esprime un'emozione per evocare in noi quello stesso stato d'animo, indipendentemente dal fatto che ci si renda conto o meno di imitare l'espressione facciale dell'altro. Questo ci accade in continuazione - c'è una sorta di danza, di sincronia - una trasmissione di emozioni. E' la sincronia degli stati d'animo che determina se l'individuo ha una percezione positiva o negativa dell'interazione in corso» (Social Relationships and Health: The Toxic Effects of Perceived Social Isolation).

In breve, l'essenza di una relazione significativa sta nella coordinazione degli stati d’animo. La caratteristica che contraddistingue un leader carismatico sta proprio nella capacità di coinvolgere in questo modo i propri educatori. Quando si tratta di relazioni, l'individuo dotato di maggiore espressività è solitamente quello le cui emozioni trascinano l'altro. Esercitare influenza sugli altri significa trascinare le loro emozioni prima ancora di ragionamenti, strategie e sopratutto cose da fare, impegni, scadenze, to-do-list ecc. Per “ingaggiare” educatori alla mission dell’oratorio è necessario farli “emozionare”.

Come realizzare questa coordinazione degli stati d’animo e questa espressività trascinante? Un buono scambio relazionale non è frutto del caso, ma viene - secondo Hatch e Gardner - da 4 componenti, le quali compongono l’intelligenza emotiva:

  • Capacità di organizzare i gruppi - ovvero dell'abilità fondamentale per un leader, in quanto ne deriva la capacità di coordinare gli sforzi di una rete di individui. Possiamo osservare questa abilità in tutti i cortili dei nostri oratori: è rappresentata dal bambino che diventa il capitano di una squadra o che si assume la guida del gruppo decidendo quale gioco si farà. Nelle nostre comunità educanti è probabilmente la componente più diffusa e consolidata nei leader, talvolta a discapito delle altre.
  • Capacità di negoziare soluzioni - questo è il talento del “mediatore”, capace di prevenire i conflitti o di risolvere quelli già in atto. In oratorio lo incontriamo nei bambini, capaci di sedare le liti che scoppiano durante i momenti di gioco libero. Anche in questo caso, siamo di fronte ad una componente piuttosto diffusa nelle comunità educanti, indice di una importante libertà da schemi e di significative capacità adattive del gruppo degli educatori. Talvolta questa propensione dei leader porta la comunità ad una certa qual incapacità di innovazioni e cambiamenti profondi e sistemici, in costante rincorsa delle mediazioni sulle questioni particolari. Peccato che talvolta il dialogo tra il gruppo degli educatori e il clero parrocchiale si arresti a questa componente, non integrando le altre.
  • Capacità di stabilire legami personali - questa è la dote dell'empatia e del saper entrare in connessione con gli altri. Questa capacità è l'arte stessa della relazione. Nei nostri cortili e campetti sono i bambini che vanno d'accordo praticamente con chiunque, riescono a inserirsi nel gruppo con facilità e sono felici di farlo. Nei nostri gruppi di educatori è talvolta trascurata, a discapito del “fare” e della performance; o talvolta attivata, ma non integrata pienamente con la mission dell’oratorio, producendo dinamiche da “clan”, con gli inciampi che si considereranno in seguito.
  • Capacità d'analisi della situazione sociale - ovvero il saper riconoscere e comprendere i sentimenti, le motivazioni e le preoccupazioni altrui. È l’abilità che facilita l’intimità e la sincerità relazionale. Capacità particolarmente significativa quando si affrontano le dinamiche del piccolo gruppo in oratorio, quelle della comunità educante e perfino nell’interazione dei soggetti educativi (scuola, famiglia, oratorio, territorio) o nella costituzione di “reti d’oratorio”.

E’ evidente come più un educatore ha acquisito queste componenti di intelligenza emotiva, più sa esercitare una leadership “completa”, capace di suscitare engagement negli educatori. E’ altrettanto evidente come non sia necessariamente la leadership formale o formalizzata (il "responsabile", il “direttore” nominati dal parroco, eletti dal consiglio pastorale ecc.) espressione diretta di questa leadership “ingaggiante” o “carismatica”. Frequentemente, nelle nostre comunità, osserviamo che i leader emotivi non sono quelli “formali”. Al netto di queste semplici considerazioni sono interessanti due prospettive:

  1. Molto spesso è la componente organizzativa a prevalere nella valutazione - e nella successiva qualifica - della leadership formalizzata, tralasciando quasi del tutto le altre componenti (legami personali e analisi sociale). Presto fatto, nei ruoli di responsabilità dei nostri oratori avremo più facilmente abili “organizzatori”, non necessariamente leadership carismatiche. Urge una riflessione sui nostri “direttori” d’oratorio per capire come passare da una leadership organizzativa ad una di accompagnamento. Anche in questo caso, dare morte ad un modello perché ne possa nascere un altro (cfr. articolo su leadership);
  2. E’ evidente come una diversità di componenti di ledership emotiva siano espresse più facilmente da una diversità di soggetti, ciascuno con attitudini e sensibilità differenti. Ferma restando la necessità di una ricomprensione della leadership formale alla luce delle riflessioni precedenti, è interessante il contributo di Fabrizio Carletti quando parla di synodalship: «Come si fa? Se nessuno decide, chi decide? ‘Non tutti siamo leader!’. Falso. Non tutti siamo leader nello stesso modo, con lo stesso stile»

Tuttavia è importante tenere a mente che un buon educatore leader nella relazione può incontrare delle difficoltà, delle “pietre d’inciampo”, dei fattori che influenzano le dinamiche di engagement, anche in modo inconsapevole:

  • Manipolazione: nasce dal bisogno di potere che porta al tentativo di controllare, predeterminare, far inserire in comportamenti predefiniti, l’agire della persona. Questo al fine di far acquisire all’altro i propri pensieri e modus operandi, senza permettere di svilupparne di propri ed autonomi. Il rischio, come si intuisce, è dietro l’angolo, specialmente quando responsabili molto carismatici intrecciano relazioni significative con gli educatori più giovani. Sono molte le dinamiche di questo tipo nelle nostre comunità educanti e che spesso comportano rotture e dissapori talvolta non sanabili.
  • Invasività: nasce dal bisogno di stabilire rapporti affettivi con l’altro in modo co-dipendente anche come modo di legarli a sé. L’insistenza sull’accoglienza dei bisogni, specialmente spirituali dell’altro, talvolta è indice di un rapporto non equilibrato.

Il minimo comun denominatore di questi fattori di rischio è il mancato riconoscimento di autonomia dell’altro

Spesso ciò può accadere in “buona fede”, nasce dal desiderio di prendersi cura dell’altro, ma genera comportamenti sostitutivi e non offre opportunità di confronto,  ascolto attivo e spazi di crescita. A queste “pietre d’inciampo” dovranno porre particolare attenzione i sacerdoti in oratorio, esposti profondamente in virtù del loro specifico esercizio ministeriale. Come suggerisce  Fritz Perls, nel suo Teoria e pratica della terapia della Gestalt. VItalità e accrescimento nella personalità umana, una buona relazione è la capacità di essere uniti con l’altro, ma al tempo stesso la capacità di mantenere un certo grado di separazione e di riconoscimento dell’altro. Quando siamo in grado di manifestare questa elasticità, che consente di essere in armonia e allo stesso tempo di non essere dipendente e di lavorare separatamente, si ha un processo sano e di scambio reciproco.

Per raggiungere questo tipo di scambio costruttivo e reciproco è necessario quindi attivare la nostra dimensione empatica, ovvero la capacità di riconoscere e sentire proprie le emozioni degli altri, calandosi nella realtà altrui a trecentosessanta gradi, comprendendone punti di vista, sentimenti, pensieri. Morgese sintetizza l’importanza dell’empatia e dello sviluppo consapevole delle abilità emotive e relazionali così: «l’uomo deve racchiudere al suo interno quelle capacità di consapevolezza e padronanza di sé, motivazione, empatia e abilità nella gestione delle relazioni sociali, che qualunque persona può sviluppare e che si rivelano fondamentali per ognuno di noi. L’intelligenza emotiva viene definita come quell’abilità di riconoscimento e comprensione delle emozioni sia in se stessi che negli altri e di utilizzo di tale consapevolezza nella gestione e nel miglioramento del proprio comportamento e delle relazioni con gli altri» (in Condividi ma non condivido: analfabetismo emotivo ed empatia nell’era dei social).

Attivare queste capacità  risulta fondamentale per noi educatori in quanto alla base della nostra vita cristiana a servizio dei più piccoli la relazione è l’unico vero strumento fondamentale. Aldilà degli sforzi in proposte, eventi e organizzazioni efficienti che l’oratorio potrà realizzare, ciò che rimane sono le relazioni instaurate sulla forma dell’amore di Cristo. E Cristo ha amato con tantissima emozione.

Mi piace concludere con una interpretazione più “poetica” ed “emotiva”: il termine “engagement” viene tradotto - e anche qui è stato spesso tradotto così - letteralmente come “ingaggio”, ma in italiano il termine perde molto del suo significato originale; forse si potrebbe meglio tradurlo con “prendersi cura di”. 

“Prendersi cura dell’altro” è lo stile per nuove comunità di educatori d’oratorio e nuove relazioni educative verso bambini e ragazzi.

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