Qualcosa è cambiato

Il processo di rinnovamento tra riconferma del carisma e ripensamento associativo

30 Gennaio 2024
associazione; cambiamento; oratorio; pandemia; rete; sinodo
Stefano Pichierri

A ripensarci bene, anche prima dell’evento COVID, avvertivamo il peso e la fatica di mettere in campo enormi energie, di contare su un numero sempre più esiguo di persone disposte a spendersi, per una mole di attività e proposte sempre da pensare e veicolare. I grandi eventi e le ricorrenti esperienze formative che il COR aveva consolidato negli anni, pur mettendo tutto il cuore e sempre maggior impegno, realizzando proposte di alta qualità, non sembravano più portare i frutti sperati.

Le nostre verifiche annuali erano divenute difficili macigni da soppesare.

La frustrazione di un servizio speso male, seppur sempre sopita e consolata dalle buone motivazioni che ci muovevano, iniziava a divenire insopportabile. Ma non avevamo la forza di abbandonare progetti creati con così tanta dedizione. Non avevamo il coraggio di dirci chiaramente che, probabilmente, anche il perché di ciò che facevamo non era più così condiviso tra noi. Le motivazioni personali venivano poste al di sopra di quelle comunitarie. Siamo umani, ci leghiamo al nostro prodotto maggiormente che al nostro essere, ed anzi, con un’operazione assolutamente secolare tendiamo a proiettare il nostro essere dentro quel fare, così ripetitivo da divenire necessario.

La Pandemia ha avuto questo pregio, se mi si può permettere, esclusivamente sotto il profilo dell’occasione che si è voluta cogliere e senza nulla togliere od omettere rispetto alla tragedia sanitaria, psichica, istituzionale che si è consumata. Il dolore, la paura, lo sgomento e l’instabilità hanno aperto lo spazio alla Speranza. Sì, una Speranza vera, di quelle che occorrono quando devi salvare la vita tua e quella di chi ti sta accanto.

Qualcosa è cambiato

L’evento imprevisto, dannoso, azzerante socialmente e pastoralmente, ha consentito di prendere il tempo e lo slancio necessario per affrontare una volta per tutte il cambiamento. Certamente si può parlare di un cambiamento interno, sollecitato e sospinto dal cambiamento esterno. Ma così è. La realtà ha dimostrato ancora una volta di essere superiore all’immaginazione. Come direbbe Papa Francesco, il tempo ha sovrastato ancora una volta lo spazio (cfr. Evangelii Gaudium, 222).

 La durezza della proposta, venuta fuori con grande timore, tra dubbi e incertezze, ma densa di speranza in un nuovo corso, non è stata meno spiazzante dell’evento che l’ha generata.

Estrovertere tutta la nostra attività.
Ricentrare i protagonisti e i destinatari.
Ripartire dal Vero "Perché" della nostra azione associativa e pastorale.

Diverse le strade da intraprendere e tutte parallelamente, come su binari che corrono verso una meta solo sognata, percorrono vie differenti ma sanno da che punto partono e dove vorranno trovarsi.

Impossibile credere di poter tenere tutto insieme. Si, il cambiamento, quando non adattivo e quando veramente coraggioso, è un atto violento, una rottura con il passato. Specialmente quando all’interno di un consesso si vanno a toccare proprio quelle strutture che ci tenevano per mano, ci custodivano e giustificavano, ci delineavano e ci costituivano nella misura in cui gli altri potevano percepirci. E’ assai comprensibile la difficoltà e la sofferenza di molti. Accettare non solo che quanto avevamo costruito poteva non aver più valore, ma che ci trovavamo anche a dover ripensare il nostro servizio, in forme non prevedibili, con l’elevatissimo rischio di raccogliere sconfitte da un modo nuovo di approcciare alla vita e che ancora ci era estraneo.

In sostanza, accettare la fragilità propria e delle cose del mondo.

Questa è stata - ed è - la sfida che abbiamo avuto davanti. Abbiamo provato a coglierla, aiutati e accompagnati, formati e incoraggiati da chi aveva avuto queste intuizioni prima di noi. Nel grembo della Chiesa che iniziava, con i suoi tempi eterni - e perciò più sapienti - a domandarsi, senza necessità di pronte risposte, come affrontare in maniera profonda anche questa sfida del tempo. Insieme. 

Ne è venuta fuori questa scelta sinodale. Non tanto per un sentire collettivo, per una rinascita corporativa, per una ritrovata intensità famigliare. No. Tutt’altro. Perché solo la condivisione e l’accettazione reciproca delle nostre fragilità poteva costituire la base delle nostre comunità.

Gettando il cuore oltre l’ostacolo, abbiamo pian piano assaggiato i benefici di un avvicinamento più umano all’altro. Approcciando all’ascolto in maniera più attenta ed empatica  abbiamo ascoltato più in profondità i bisogni degli oratori, dei ragazzi, dei sacerdoti, degli adulti impegnati nelle loro comunità, delusi ma non disillusi e con la nostra medesima voglia di seminare nuova semente, di mettere vino nuovo in otri nuovi [cfr. Mc 2,22]. Il tempo del “si è sempre fatto così” (cfr. Evangelii Gaudium, 33) lascia dunque spazio al tempo del “chi vogliamo essere” prima di scegliere “cosa faremo”.

Da questi bisogni, la tentazione era - ed è ogni volta che ci si approccia - quella di cercare una risposta, immediata, efficiente, risolutoria. Ed invece il tentativo era - ed è o almeno dovrebbe essere - quello di trasformare i bisogni in sogni, per ritrovare quello slancio carismatico necessario ad inseguirli, per animarsi e animare contagiosamente il prossimo e le comunità.

Tutta l’Associazione si è diretta verso la missionarietà tout court, prima con le forme che già le erano proprie, dell’invio di catechisti in parrocchie per l’attivazione di Oratori. Poi, sempre apprendendo dal processo intrapreso e guardando con occhi attenti alla realtà ed alla sostenibilità, attraverso una nuova chiamata: quella di essere lievito, facilitatori di processi che rendessero protagonisti gli altri, coloro che si rivolgevano al COR principalmente in cerca di risposte e antidoti, servizi e prodotti. Ed allora il lavoro degli staff territoriali, nuclei di soci e catechisti dei territori, che condividono una finalità del loro stare insieme e avviano cammini di rete, sinodali ed apostolici, è divenuto il fulcro dell’attività associativa.

Villaggio Oratorio 2021Difficile ricordare a noi stessi di frenare il protagonismo, di farci plasmare dall’incontro con l’altro, di rinunciare a linguaggi e categorie, fin troppo care. Per questo si rende necessario, ad intra, ma anche ad extra, affiancare nuovi approcci ad un ritrovato carisma personale e comunitario.

Cambiare non è tradire. Cambiare, a volte, è convertire. 

La conversione non è adultera, non porta ad altre vie, ma riporta sulla corretta via. Il ritorno al principio, al COR che voleva il Fondatore, ai suoi principi ispiratori, ai pilastri della vita spirituale e comunitaria dei catechisti che, intorno al venerabile Arnaldo Canepa ed alle sue illuminate scelte pastorali, avevano fatto della missione e dell’amore ai più piccoli, a servizio della Chiesa ed in sintonia con essa, il loro vero scudo. Non manifesti di bravura, ma spirito di abnegazione affinché l’azione fosse efficace. Non tanto il prodotto, come ricompensa del servizio, ma la profonda convinzione che solo il servizio disinteressato avrebbe assicurato la salvezza dell’anima propria e di quanti più giovani avessero incontrato. 

 Tradurre oggi, in questo contesto, quei principi ispiratori, lavorare nella Chiesa per Amore di Dio e del Prossimo, ispirandoci a Maria Domina Nostra: a lei va sempre la nostra devozione, lei cerchiamo di imitare, in aderenza e obbedienza alla Chiesa di Dio, la Chiesa a cui apparteniamo e di cui ascoltiamo i Pastori. 

Stiamo vivendo questo discernimento… ci chiederà ancora pazienza, ci chiederà di lasciarci sorprendere, specialmente quando anche le esperienze fruttuose potranno sembrare delle chimere, quando penseremo di poterci riappacificare con le nostre care strutture, e anzi, costruirne di nuove, nelle quali rifiugiarci ancora. 

Un discernimento, personale si, ma specialmente comunitario e, ancora, il discernimento come strumento pastorale, per trovare insieme la direzione del nostro operare, sperimentando, individuando criteri e strade nuovo da percorrere. Perché da quasi 80 anni catechisti, sacerdoti, religiose e famiglie nel COR spendono la vita per l’Oratorio, consci che questa voce, a Roma e in Italia, è la voce dei troppi fanciulli che altro non chiedono, che conoscere Dio, incontrare Dio, farsi rivoluzionare la vita da Cristo. A questo, e null’altro, vogliamo tendere. 

Ci proveremo, abbracciando senza dubbio le fragilità, le debolezze e i limiti del nostro pensare, del nostro essere e, quindi, inevitabilmente del nostro agire. Ma una cosa ce la vogliamo rammentare. Queste fragilità non sono la nostra fine…il nostro limite è solo l’inizio del Suo operare… mettiamolo nelle mani di Dio, che con il Suo Santo Spirito saprà aprire il varco che occorre, per vedere la Luce attraverso le crepe delle nostre realtà così amabilmente imperfette.

Insomma, qualcosa è cambiato!

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