Dio è morto, l'oratorio pure e anche io non mi sento molto bene

Avviare processi di cambiamento in oratorio

associazione; cambiamento; oratorio; pandemia; sinodo
29 Febbraio 2024
Fabrizio Lo Bascio

Accanimento terapeutico-pastorale

La mia fede nasce nell’oratorio della mia parrocchia, Santa Maria Mater Ecclesiae a Roma, a sei anni. Il mio primissimo incontro, la mia iniziazione, l’annuncio che ha orientato la mia vita ha preso carne nelle relazioni che ho potuto apprezzare, nelle esperienze che ho potuto vivere, in tanti ricordi che hanno costituito un’infanzia e un’adolescenza felici. Ero uno di quei ragazzi che il venerabile Arnaldo Canepa, fondatore del Centro Oratori Romani, ama definire «fanciulli qualunque», espressione che può essere facilmente travisata e tacciata di qualunquismo, ma che in realtà intende dire proprio «uno dei tanti là fuori» che l’esperienza ecclesiale dell’oratorio, con la sua accoglienza indiscriminata, saprà amare e trasformare in «qualcuno». Che cos’è d’altronde l’educazione se non il processo di scoperta di sé e della propria missione che porta un bambino a dirsi uomo?

L’oratorio è la mia storia e la storia di grandi santi, che non sto qui ad elencare. Togliamo subito gli equivoci: nell’esperienza ecclesiale dell’oratorio ci sono modelli di santità. È il Padre che li ha chiamati, è il Figlio a cui si sono ispirati, è lo Spirito che li ha alimentati. Eppure, oggi l’oratorio è un’esperienza appassita, stanca, appesantita dalla sua storia, spiazzata dal presente e angosciata per il futuro. Forse è la fine per l’oratorio? La sua condizione di salute non è delle migliori: gli oratori in Italia sono sempre meno nello «spazio», con numeri in declino, esperienze sempre più parziali e meno globalizzanti della persona (si pensi all’asimmetria tra le proposte invernali e quelle estive), dedicate ai “nostri” più che ai “molti”, educatori trascinati nelle comunità educanti finché la vita lo consente (e lo consente sempre meno, diciamocelo!); gli oratori sono sempre meno nel «tempo», con poca lucidità nel presente e ancora meno creatività nell’avvenire. Insomma, i segnali di salute non sono i migliori: che il “paziente” sia in realtà pressoché deceduto? Forse che quest’esperienza ecclesiale - come altre, d’altronde, intorno a noi - non sia vittima di un qualche accanimento terapeutico-pastorale?

L’esperienza dell’oratorio acquisisce forma alla luce della parrocchia così come intesa dal Concilio di Trento in poi. Esso nasce però per l’intuizione di grandi santi suscitati dallo Spirito: è un dono carismatico generoso che apre i cuori di questi uomini a scorgere nell’educazione delle nuove generazioni il loro servizio all’annuncio del Vangelo e la via di santificazione per la loro vita. La Santa Madre Chiesa vi ha colto i segni potenti dello Spirito ed ha accompagnato quest’opera carismatica, conferendogli forma così che essa potesse abitare correttamente la storia degli uomini. L’oratorio, dunque, nasce ed esiste essenzialmente parrocchiale: è la comunità cristiana parrocchiale che assume su di sé la missione evangelizzatrice di educazione delle giovani generazioni. Nonostante i secoli, le sperimentazioni, i tentativi di “laicizzazione” o di “deparrocizzazione” in vista di visioni pastorali d’”ambiente” o “d’insieme”, l’oratorio è ancora oggi espressione della parrocchia. Ed è in crisi. Dal Convegno di Firenze 2015 nelle comunità cristiane andiamo ripetendo come un mantra che «non siamo in un’epoca di cambiamenti ma in un cambiamento d’epoca».

L’epoca sta cambiando e le strutture, le convinzioni, gli assunti che costituivano quel paradigma - come ci insegna Kuhn - sono destinati a cadere.
Forse che l’oratorio appartenga al paradigma dell’epoca precedente e non ci sia più spazio per questa tradizione?

Di per sé non sarebbe un problema. Papa Francesco nel suo documento programmatico Evangelii Gaudium invoca la conversione delle strutture per una chiesa più missionaria (cfr. Evangelii Gaudium, 27).

Se il cambio d’epoca richiede il modificarsi di alcune strutture della parrocchia, tra cui l’oratorio, per accompagnare una conversione più intimamente missionaria delle comunità cristiane, questo cambio è da favorire. Se l’oratorio è da mettere in discussione e, forse, con esso, il modello parrocchiale stesso, non vi sono motivi leciti per opporsi a questa conversione che meglio permetta ai seguaci di Cristo di rispondere alla propria missione.

D'altronde, sempre riprendendo Kuhn (cfr. La struttura delle rivoluzioni scientifiche), ogni rivoluzione scientifica è essenzialmente un cambio di paradigma, un modo nuovo di leggere e comprendere la realtà, che rende evidenti i limiti del paradigma finora in vigore.

Si dirà che l'oratorio è un'esperienza in ecclesiale in perenne movimento, capace sempre di cambiare. L'oratorio cambia molto, è vero, ma in primo luogo urge chiedersi se i tanti cambiamenti che osserviamo siano da ascriversi ad un’intima e profonda conversione missionaria, come auspicato, o più semplicemente a fattori interni ed esterni di vario genere. La prof.ssa Maria Cinque (cfr. Teoria dell'agire creativo) ricapitola quattro modelli di cambiamento possibile - riformulati dal teologo Stefano Bucci (cfr. Cambiare è possibile) - in base ai criteri di originalità ed utilità del cambiamento; un cambiamento potrà dirsi:

  • Conservativo se mantiene una scarsa originalità ed una insufficiente utilità; il cambiamento conservativo è un ossimoro. Corrisponde al celebre motto «si è sempre fatto così!». Sfido il lettore a non aver mai ascoltato in parrocchia o in oratorio queste parole!
  • Moda se il cambiamento è altamente originale a dispetto di una scarsa utilità. Avete presente la mole gigantesca d’iniziative messe in campo da oratori e centri giovanili durante la pandemia? Intuizioni alcune certamente originali, ma quanto di quell’attivismo digitale ha mantenuto forma e impattato la realtà? La moda si esaurisce col momento e finita la pandemia abbiamo messo l’oratorio digitale subito sotto naftalina.
  • Funzionale se il cambiamento è orientato ad una certa qual utilità, mancando di novità e ingegno creativo. La maggior parte delle strategie di cambiamento adottate in oratorio sono orientate alla miglior efficienza. Difficile dimostrare, dati alla mano, che queste strategie abbiano provocato un reale impatto in termini di efficacia pastorale. Perché il paradigma di riferimento era sempre quello.
  • Creativo se il cambiamento porta in sé utilità e creatività. Sono i cambiamenti che realmente impattano sulla realtà. Possiamo anche definirlo generativo perché è in grado di dare alla luce una realtà nuova, capace di «fare nuove tutte le cose» (Ap 21,5).

MODI DEL CAMBIAMENTO

Con queste provocazioni non intendo svilire gli sforzi ed i tentativi di cambiamento delle tante persone che si impegnano nella pastorale oratoriana ma prendere consapevolezza della realtà: cioè che l’oratorio così come lo conosciamo sta lentamente morendo e che la via per un cambiamento verso una prospettiva missionaria è decisamente una «porta stretta» (Lc 22,44).

Scissione di personalità in atto

Per immaginare un cambiamento possibile, nei processi di accompagnamento per il cambiamento pastorale degli oratori o per l’avvio di nuovi oratori che ho potuto seguire, ha molto aiutato la presa di consapevolezza sulla propria struttura organizzativa. Di per sé una struttura organizzativa non è un indice della natura di una realtà ecclesiale ma sicuramente essa è specchio di una data cultura e di elementi ancora più profondi che ci dicono il rapporto dei singoli membri con la comunità cristiana e quindi con la missione dell’oratorio parrocchiale. Per immaginare un cambiamento bisogna avere una comprensione di dove partiamo, del presente che percepiamo, specificando che si tratta di ciò che “percepiamo” appunto, non la realtà effettiva, ma il dato più immediato di comprensione della stessa.

Uno strumento utile è il Test OCAI. Il test permette di descrivere la propria struttura organizzativa (quindi anche ecclesiale, parrocchiale, d’oratorio ecc..) tramite quattro modelli. È bene richiamare che:

  1. Nessuna struttura organizzativa è polarizzata su uno dei quattro modelli bensì è sempre un misto in proporzioni differenti dei quattro modelli;
  2. Di per sé nessuna struttura organizzativa è “corretta” bensì semplicemente ciascuna realtà si conforma secondo la sua mission e la sua cultura dominante.

I modelli sono rappresentati visivamente per tramite di assi cartesiani che esplicitano le polarità focus interno-esterno e struttura flessibile-stabile. I quattro modelli sono dunque il modello clan (focus interno e struttura flessibile), il modello apparato (focus interno e struttura stabile), il modello mercato (focus esterno e struttura stabile) e start-up (focus esterno e struttura flessibile).

Tra il dicembre 2020 e il marzo 2021, in seno ad un progetto del Centro Oratori Romani, abbiamo testato con questo strumento un campione di più di duecento educatori di oratori romani e il risultato che si ottenne fu una prevalenza schiacciante dei modelli di clan e di mercato. Il risultato potrebbe essere interpretato come positivo, una sana dialettica tra la dimensione ad intra e quella ad extra dell’oratorio. Rileggendo quei dati con gli educatori in realtà si evidenziava piuttosto un serio dualismo di personalità...

OCAI Oratori 2020

Da un lato gli educatori sentono il mandato di proporsi all’esterno con sempre più performance, programmi pastorali efficaci, iniziative accattivanti, in rincorsa dei ritmi martellanti che il “mercato” giovanile può offrire, in competizione con gli altri competitor, con le loro proposte qualitativamente sempre migliori. E la competizione è frustrante e, la maggior parte delle volte, perdente. La frustrazione genera un “effetto fionda” dall’altra parte del grafico e conduce le comunità educanti a rifugiarsi nel modello “clan”: c’è bisogno di «tempi e spazi per noi», di stare «con i nostri», di flessibilità, di leggerezza, bisogna decomprimere. Almeno finché la dinamica delle situazioni interne al clan non diventa asfittica o – ancora peggio – qualche leader non pensi che in fondo quelle siano risorse sfruttabili per qualche prestazione e l’”effetto fionda” si ripete. La ruota continua. E la divergenza si accentua quando le comunità educanti degli oratori sono anagraficamente molto giovani. Se ben ci pensiamo l’asimmetria tra le proposte estive ed invernali dell’oratorio non è figlia di questo “effetto fionda”? Per sei/sette mesi l’anno le parrocchie crescono il loro gruppo giovanile con varie proposte di formazione, esperienze più o meno significative, col fine esclusivo di “custodire il gruppo”, per poi lanciare adolescenti e giovani nel GREST in estate, dopo il quale si riprenderà a settembre con le proposte giovanili.

La situazione è allarmante: è evidente che questa “scissione di personalità” è deleteria, conducendo a vivere il servizio “per gli altri” come un compito da sostenere, e le relazioni positive nella comunità educante come comfort zone  “per i nostri”, per sfuggire al rischio dell’offerta di sé.

Questo bipolarismo inibisce ogni tipologia di cambiamento per paura di rompere il sottile equilibrio che si è creato. Se ben leggiamo la scissione è molto più profonda: tra vita contemplativa e attiva, tra crescita personale e servizio, tra culto e carità, tra munus profetico-sacerdotale e munus regale, tra luteranesimo e pelagianesimo, tra il vero Dio e il vero Uomo. C’è bisogno di un’umanità riconciliata, di riconnettere esperienza e senso, identità e missione, Spirito e storia.

L'oratorio carismatico

Se si torna all’essenziale storico dell’esperienza ecclesiale dell’oratorio non c’è questa scissione. L’oratorio nasce come un’intuizione libera e liberante dello Spirito in alcuni uomini toccati da questo particolare carisma. È una “via di santità” ispirata nella tradizione della Chiesa e confermata con la vita di grandi santi, testimoni autorevoli di questo dono generoso. Come ciascun carisma è un dono, una “via di santità” gratuitamente ispirata nei cuori per aderire sempre meglio alla chiamata intrinseca del battesimo, allo stesso tempo è “per il bene comune”, cioè il carisma per rimanere tale ha bisogno di essere generativo, di comunicarsi nella storia, di “portare frutto”. L’oratorio è il frutto squisito di questo dono spirituale. Cambiare il paradigma quindi, inserirsi nella «porta stretta» di un cambiamento creativo significa ridestare l’iniziativa generativa dello Spirito e riconsiderare l’oratorio come esperienza ecclesiale originalmente e originariamente carismatica. Ogni cambiamento mostra elementi di continuità e discontinuità: senza la prima la realtà perderebbe identità, senza la seconda un cambiamento non sarebbe possibile, una missione non praticabile. Per comprendere il cambiamento possibile per l’oratorio è necessario riacquisire la potenzialità dello Spirito e la fiducia che la sua ispirazione continua generosa nella Storia: riacquisire senso e percezione di ciò che dà continuità per innovare con discontinuità positive. Al contrario, tutto ciò che vuole “fissare” i principi dell’azione spirituale nella storia, strutturare oltremodo l’esperienza carismatica inibisce il progredire libero dello Spirito. Cambiare paradigma all’oratorio consiste nel proporre “otri nuovi” per il “vino nuovo” che lo Spirito vorrà concederci. Significa abbandonare il paradigma precedente, le sue convinzioni, le sue strutture per riacquisire l’amore scaturito dal dono. Lo Spirito d’amore pone la comunione tra l’identità cristiana dell’oratorio con la sua missione educativa, ci dona l’unità di una persona e di una comunità redente, riconciliate.

Affermare la natura carismatica dell’esperienza ecclesiale dell’oratorio è affermazione forse ardita. Ancora più ardito è definire le coordinate di questa istanza carismatica. All’interno della riflessione e del cambiamento intrapreso dal Centro Oratori Romani si è resa necessaria una rilettura degli elementi carismatici essenziali di questa esperienza associativa romana, nata dall’intuizione del venerabile Arnaldo Canepa. Questa riflessione, che ha coinvolto per circa tre anni tanti protagonisti dell’esperienza associativa in un percorso di discernimento profondo, ha portato in seno al Centro Studi Pastorali dell’associazione, all’elaborazione di un documento. Nei prossimi articoli si riporteranno gli elementi essenziali di questo documento che possono essere utili alla riflessione generale sulla natura carismatica dell’oratorio, nella fiducia piena che veramente ciascun sussulto carismatico è dono per la Chiesa tutta.

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