Noi abbiamo un sogno

Finalità condivise per le nostre comunità educanti (di Luisa Merluzzi)

Luisa Merluzzi

L’oratorio, se ci pensiamo bene, nasce da un sogno, quello dei grandi santi che lo hanno inventato per i bambini e ragazzi di strada, i bambini “qualunque”, come direbbe Arnaldo Canepa, fondatore del Centro Oratori Romani.

La dimensione del sogno è un qualcosa che riconosciamo tutti nel nostro animo, ma che nella sua concretizzazione – verrebbe da dire incarnazione in azione – spesso spaventa se applicata a noi stessi, suscita ammirazione invece vista negli altri. Decine di film e libri ci raccontano di uomini e donne, reali o creati dalla fantasia, che animati da grandi passioni inseguono un sogno, una finalità profonda che li definisce e li fa agire e grazie alla quale, a scapito di tutto e contro ogni previsione, spesso realizzano grandi imprese e grandi cambiamenti.

Un esempio più tangibile e vicino a noi nel tempo sono le storie legate agli atleti, medagliati e non. Le Olimpiadi e Paralimpiadi di Parigi ci hanno raccontato storie bellissime di gruppi coesi e finalmenti vincenti (vedi nazionale femminile di pallavolo), ma anche storie di sacrifici resi apparentemente inutili dalle circostanze (vedi Gianmarco Tamberi con i suoi problemi di salute prima della gara o la caduta di Ambra Sabatini nei 100 metri). Sogni che si realizzano o che sfumano, ma che comunque consentono di affrontare le difficoltà della vita, spesso perseguiti con anni di sacrifici e tenacia quasi masochistici, soprattutto agli occhi di chi quei sogni non li condivide.

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Il sogno diventa una meta, un desiderio, diventa il motore del proprio agire, un modo di approcciare alla vita, uno stile che accende un cambiamento e un processo, che solo a volte si concretizza in successi, ma sempre in trasformazioni. Diventa il motivo e il modo di vivere per la persona che lo coltiva incessantemente con perseveranza, e chi guarda non può rimanere indifferente, nel bene o nel male. Il sogno si contrappone al razionale, all’ordinario, al precostituito, irrompe in essi e trasforma.

Il sogno, quando si incarna, genera perseveranza e cambiamento.

La finalità di una comunità educante si genera da un sogno missionario

Di sogno, inteso come “senso profondo” o finalità, si parla oramai anche all’interno delle organizzazioni aziendali, in corsi di formazione su leadership aziendale, change management e integrazione della sostenibilità nel business: il purpose per gli addetti ai lavori. Il Purpose rappresenta il motivo più profondo dell’esistenza dell’azienda e definisce il ruolo che essa intende assumere all’interno della società, guardando al lungo periodo. È strettamente correlato alla responsabilità sociale di un’azienda e prende in considerazione, oltre al suo impatto economico, anche quello sociale e quello ambientale nel contesto in cui essa agisce. Negli anni, questo concetto sta acquistando un’importanza elevata, poiché i consumatori, gli investitori, le istituzioni, il mercato, i lavoratori sono sempre più attenti alle questioni ambientali e sociali, e valutano l’affidabilità di un’azienda anche in base alla sua etica. Ciò che fa sì che un’azienda sia credibile e “attrattiva”, perciò, è l’aderenza e la coerenza delle sue azioni al suo purpose: questo diventa oggetto di valutazione non solo del mercato, ma anche di chi fa parte dell’azienda o di chi vorrebbe farne parte. In qualche modo, penso che il purpose sia legato alla domanda: “Perchè e per chi fai quel che fai?”

…il sogno, quando si manifesta e si incarna, genera attrazione, coinvolge.

Dunque, se è sempre più evidente addirittura nel mondo delle organizzazioni aziendali l’importanza di un motivo profondo, una finalità condivisa alla base della cultura organizzativa necessaria per essere “vincenti”, come può non esserlo nella Chiesa e, nella fattispecie che ci interessa, in Oratorio? come sottolinea James Mallon nel suo libro Divino rinnovamento. Per una parrocchia missionaria:

“Non è tanto importante che la chiesa di Cristo abbia una missione, ma che la missione di Cristo abbia una chiesa”

(James Mallon)

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Il sogno, se incarnato e condiviso tra più persone, alimenta e trasforma un gruppo in una comunità presente, consapevole, dinamica, generativa, capace di adattarsi al cambiamento e di evolvere, senza però perdere la propria identità e snaturarsi, e capace di vivere nel presente ma sempre con lo sguardo del cuore rivolto alla prospettiva futura. È quello che serve in questo cambiamento d’epoca, dove tutta la pastorale conosciuta deve essere necessariamente rimessa in discussione a tutti i livelli, per consentire che la Chiesa svolga il suo compito primario: portare tutti a Gesù Cristo.

È bene pertanto, per prima cosa, che in ogni parrocchia, in ogni comunità educante, in ogni consiglio di oratorio, ognuno degli educatori si interroghi sulla finalità condivisa che li unisce sotto il tetto dell’Oratorio, chiedendosi, prima individualmente e poi in maniera comunitaria condivisa: “Perché e per chi faccio/facciamo quello che faccio/facciamo?” “Qual è il mio/nostro sogno per l’Oratorio?”.

La narrazione dei sogni aiuta a procedere per una via spirituale, emotiva, logica ma non razionale, a uscire dai programmi, dai progetti e dalle azioni prestabilite. Questo lavoro di discernimento comunitario allena ad acquisire una cultura di profondità, di ricerca dell’essenza delle cose, spostando il baricentro dal fare all’essere, creando orizzonti più ampi e accoglienti, dove crescere insieme, noi e i bambini e ragazzi che incontriamo.

Il sogno eccede il bisogno, non si limita a ciò che intuiamo nell’oggi, apre un senso al domani e alla possibilità di immaginare qualcosa di non immaginato prima.

Qualche regola per una buona finalità

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Ritornando al concetto di purpose aziendale, è interessante lo spunto di Jim Whitehurst, ex CEO dell’azienda leader dell’informatica Red Hat, che nel suo saggio L’organizzazione aperta racconta la sua esperienza e si sofferma sull’importanza di una finalità che unisce:

«La finalità viene spesso fraintesa. Non consiste in ciò che fa un gruppo, ma nel perché lo fa. Non è un obiettivo ma una ragione – la ragione per cui esiste, il bisogno che soddisfa e l’assistenza che presta. È la risposta alla domanda che dovrebbero porsi tutti i gruppi: se scomparissimo oggi, come cambierebbe il mondo domani?»

(Jim Whitehurst)

Ecco un’altra domanda da porsi per un discernimento comunitario rispetto al senso del nostro agire come educatori:

«se il nostro oratorio scomparisse oggi, come cambierebbe il nostro mondo, la realtà che viviamo, domani?»

Porsi la domanda non significa rispondere a “cosa” facciamo che ci rende essenziali per qualcuno, né a “come”. È una domanda cruciale che aiuta ciascun oratorio a interrogarsi sulla propria finalità.

La finalità è la premessa di un corretto discernimento pastorale comunitario.

Nei processi partecipativi e decisionali sulle azioni da intraprendere come comunità educante il più delle volte ci divideremo sul “come” e sul “cosa”, ma questa sana conflittualità può essere vissuta alla luce di una positiva condivisione del “perché”. È necessario ri-centrarsi sul “perché” prima del “come” o del “cosa”. Condividere la finalità del proprio oratorio è essenziale al discernimento perché implica prendersi tempo per dirsi la ragione per cui si sta insieme.

Alcune regole per lavorare in modo corretto sulla finalità:

  • La finalità non è da confondersi con gli obiettivi. La finalità non determina le azioni, né consiste in un coefficiente normativo o di verifica delle nostre azioni pastorali. La finalità è per definizione “alta”, deve dare slancio e motivazione, deve permettere a ciascun educatore di rivedersi in essa. Una finalità deve appassionare!
  • La finalità deve essere condivisa. Se una finalità è data a priori non sarà percepita come “propria” dalla comunità degli educatori e quindi perderà la sua funzione. Una finalità condivisa aiuta a chiarire le aspettative di ciascuno e aumenta il livello di engagement verso l’obiettivo dell’oratorio, perciò contribuisce alla costruzione e rigenerazione di una comunità educante.
  • La finalità deve possedere una certa stabilità. Ciò non significa scolpirla nella pietra, ma per ispirare e concretizzare degli effetti la finalità ha bisogno di durare nel tempo e di non essere facilmente messa in discussione, altrimenti significherebbe che non è realmente condivisa. Ma è anche opportuno tornarci su periodicamente e prendersi un tempo per verificare la propria missione personale e la propria adesione carismatica alla finalità, specialmente quando la comunità educante muta considerevolmente nei suoi membri. Un leader deve avere cura che la finalità sia sempre espressione della comunità educante e dunque comprendere i momenti opportuni e la necessità di metterla in discussione con evoluzioni o integrazioni.
  • La finalità è semplice e breve. una finalità non consiste in un’ampia argomentazione. Perché altrimenti perde il suo ruolo, chiude il “discernimento” concreto a categorie a priori, perdendo così la sua efficacia comunicativa.

La finalità dell’oratorio va manifestata e comunicata a tutti efficacemente.

Riportata su un grande striscione, dipinta sui muri, stampata sulle magliette, echeggiante sui social! Va riproposta nei luoghi e negli spazi significativi della nostra comunità educante, è un reminder, una “bussola” sempre presente, che ci guida nei ragionamenti, nelle scelte e nelle difficoltà – in sintesi nel discernimento quotidiano.

Perseverare, cambiamento, coinvolgimento

Ecco infine quindi alcune parole chiave: perseverare, cambiamento, coinvolgimento.

Perseverare: il sogno, per concretizzarsi, necessita di tempo, che diventa luogo di rivelazione e di azione per chi lo persegue. “Il tempo è superiore allo spazio” è un principio enunciato da Papa Francesco nella Evangelii Gaudium che, letto per la prima volta, mi ha letteralmente folgorato, nella sua potente ed estrema sintesi, ancor prima di comprenderlo più a fondo. È diventato una specie di mantra per superare la mia ansia del fare e delle buone prestazioni, malattia peraltro diffusa nel mondo odierno avido di risultati e in sovraccarico di dati e informazioni.

«Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici.
Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci»

(Evangelii Gaudium, 223)

Cambiamento: il tempo è il luogo dove lo Spirito soffia. Rinunciare a metodi e progetti d’oratorio significa rinunciare a tutto ciò che possa fermare il comunicarsi storico dello Spirito. Non ce ne rendiamo conto ma siamo anestetizzati da metodi e programmi pastorali che, nel tentativo di offrire oggi le soluzioni per il presente, inibiscono la nostra capacità di discernere la realtà che viviamo, di aprirci a soluzioni nuove e creative, di prediligere la «porta stretta» del cambiamento missionario , abbracciando la mentalità di processo per giungere a una nuova forma di oratorio.

Coinvolgimento e attrazione: Il tempo è il luogo delle relazioni, è il luogo dell’engagement e della cura. L’oratorio, in una dinamica del tempo e non dello spazio, quindi in ottica processuale e non progettuale, diventa allora, per chi ne abbraccia la finalità, uno stile di vita, un modo di essere nel mondo e non solo  qualcosa da progettare, organizzare e fare in parrocchia, alla lunga faticosissimo;  un luogo di relazioni, di crescita umana e spirituale per sè e per gli altri, di accompagnamento e di cura reciproci, più che uno spazio condiviso con altre persone dove si “fa”, si impara, si conosce e si assumono dei ruoli. Diventa luogo accogliente e attrattivo per tutti, e gli altri se ne accorgeranno.

Mi piace pensare che ci sarà oratorio in ogni luogo abitato da un educatore d’oratorio consapevole della propria finalità e della propria missione.

«I cristiani – è detto  – non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per il modo di vestire. Non abitano mai città loro proprie, non si servono di un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita (…). Sono sparpagliati nelle città greche e barbare, secondo che a ciascuno è toccato in sorte. Si conformano alle usanze locali nel vestire, nel cibo, nel modo di comportarsi; e tuttavia, nella loro maniera di vivere, manifestano il meraviglioso paradosso, riconosciuto da tutti, della loro società spirituale. Abitano ciascuno nella loro patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono a tutti i loro doveri di cittadini, eppure portano i pesi della vita sociale con interiore distacco. Ogni terra straniera per loro è patria, ma ogni patria è terra straniera. Si sposano e hanno figli come tutti, ma non abbandonano i neonati. Mettono vicendevolmente a disposizione la mensa, ma non le donne. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma col loro modo di vivere vanno ben al di là delle leggi»

(Anonimo cristiano, Scritto a Diogneto)

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