Leadership significa morire

I protagonisti di un cambiamento pastorale in oratorio (di Fabrizio Lo Bascio)

Fabrizio Lo Bascio

Quando si avvia un processo di cambiamento pastorale in oratorio si incontrano ostacoli e difficoltà poichè, come abbiam visto, la porta del cambiamento è in definitiva “stretta” (Mt 7,14). L’oratorio carismatico, l’oratorio che riscopre il suo nucleo fondante per aprirsi a novità e discontinuità nel presente è un oratorio che richiede una comunità educante appassionata, “ingaggiata”, con convinzioni chiare e grande fiducia nello Spirito. Una comunità di leader.

1306 1554460147L’anglicismo sicuramente ha fatto inarcare il sopracciglio a qualcuno. La parola è discussa e discutibile e la letteratura delle scienze sociali è abbondante sull’argomento. Discutibile è poi come questa definizione del mondo del management possa dialogare con un lessico fatto di carisma, spiritualità, teologia, pastorale ed educazione. Altrettanto discutibile è chiedersi perchè il Centro Oratori Romani abbia proposto come finalità del programma pastorale di quest’anno “Accompagnare e formare catechisti d’oratorio per una leadership missionaria”. Discutibile, infine, è perchè sia necessario parlare di un educatore d’oratorio e come questo debba esercitare la sua leadership. Insomma, è talmente discutibile, che bisognerà discuterne su questo blog… Mi limito, per ora, ad introdurre la questione con il ragionamento semplice e le parole efficaci di James Mallon nel suo Divino Rinnovamento:

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«Ora ci troviamo in una situazione simile a quella dei primi cristiani. Essere cristiani è di nuovo una cosa poco popolare. E’ un rischio, qualcosa che costa, è difficile, ma emoziona e ti porta a realizzare pienamente te stesso. Il nostro è un tempo in cui si riscopre l’identità essenziale di tutti i battezzati: essere discpoli missionari, chiamati a conoscere Gesù e a farlo conoscere. E’ un tempo in cui quelli che seguono Gesù devono stare attenti alla chiamata verso la maturità e devono prepararsi al servizio da compiere nella comunità della chiesa, che li tiene lontani dall’altare da cui ogni domenica sono inviati a uscire. La più profonda identità della chiesa è di essere chiesa missionaria, chiamata a formare dei battezzati credenti perchè diventino discepoli missionari che continuano, con la grazia di Dio, a edificare il regno di Dio»

E’ bella la consapevolezza che viene dalle parole precedenti, ma i fatti sono più duri. Ad esempio, nell’accompagnamento di quei processi di costituzione di “reti” territoriali, che abbiamo rimmaginato per il Centro Oratori Romani, ci siamo subito resi conto di quanto soggetti attivatori, generativi e, in qualche modo, “giunture” (Col 2,19) fossero necessari. Ma anche, irrimediabilmente, di quanta leadership si stava chiedendo loro di esprimere. C’era un modello burocratico e apparatico dove “trovare il proprio posto” equivale a “trovare posto nell’apparato”, un’organizzazione, un ruolo, una funzione nella comunità, nella parrocchia, nell’associazione, nel movimento, un compito da svolgere che dica chi io sia. Ora c’è tutta la libertà del mondo, dello Spirito, di andare e intrecciare relazioni in funzione delle relazioni. E’ inevitabile che disorienti: ora sono io a dire chi sono! Non è questione di opzioni o modalità pastorali, è questione di leadership, di prendere sul serio il mio Battesimo e la mia missione. E vale per chiunque sogni o si sia incamminato per avviare un processo di cambiamento pastorale nella propria realtà d’oratorio.

Chiunque, al netto di tutte le riflessioni pastorali, arriva a questo punto:
la partita del cambiamento è con sé stessi.

Ora, contemplare il processo di trasformazione pastorale di un oratorio e della sua comunità educante, contemplare il passaggio che porta ciascun interprete di questo cambiamento – educatore, catechista o sacerdote –  ad assumere su di sé l’identità del leader è contemplare la passione, morte e resurrezione del Signore Gesù Cristo su di sé e sulla sua comunità.

51XdW2rkGML. SY445 SX342 Il sociologo Otto Scharmer (Cfr. Teoria U. I fondamentali) ha descritto scientificamente i processi di cambiamento elaborando la sua celebre U-theory: il processo di cambiamento non è altro che che una “curva ad U”. La realtà procede normalmente per passaggi lineari, ma quando un paradigma si sfalda essa procede per conversioni dalle traiettorie insolite. Il processo di cambiamento è lì, a tutti i livelli dell’umano, e noi, che abitiamo l’umano, possiamo esperirlo nell’abissarci lungo questa “curva ad U”. E inabissarsi consiste nello “svuotarsi”, è un lento e graduale processo di decentramento (Scharmer parla del passaggio da una visione “ego-centrica” ad una “eco-centrica”), di annichilimento delle proprie capacità (cuore, mente, volontà), di “svuotamento” per giungere a quello che Scharmer definisce un “presencing” un ascolto (listening) che è percezione già viva, presente (presence), di ciò che sarà. San Paolo la chiama kenosis:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma svuotò (ἐκένωσεν da kenosis) se stesso,
assumendo la condizione di servo»
(Fil 2,5-7)

Il cambiamento è morire a sé stessi

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Ma la curva risale. Il cambiamento è morire a sé stessi per rinascere nuove creature. I nostri oratori sono chiamati a fare Pasqua, io e te come educatori siamo chiamati a rinascere. Alla kenosis segue l'”innalzamento” (ὑψώ).

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