Lorenzo Urilli
Nel corso delle sue lezioni di formazione psicosociale applicata ai gruppi e alle organizzazioni, un mio professore universitario ci raccontava come più e più volte, durante la stesura di un progetto formativo, si era ritrovato a dover affrontare diversi tipi di scelte. Dalla definizione di obiettivi e target d’intervento, ai contenuti su cui concentrarsi maggiormente, passando anche per un’accurata selezione delle metodologie più utili in un determinato contesto. Queste decisioni, che spesso non gli sembravano definitive, prendevano forma viva nel momento in cui il progetto gli sembrava sufficientemente rispondente a quanto era stato richiesto e a quanto egli stesso voleva realizzare. I bivi che si è trovato davanti il mio docente nella sua attività professionale non sono troppo diversi da quelli che incontriamo noi educatori in oratorio nella progettazione di attività pastorali, quando si è all’inizio dell’anno e bisogna definire le finalità che vogliamo raggiungere, i gruppi da coinvolgere e le attività, singole o in rete, che ci interessa realizzare.
Nel nostro linguaggio – un po’ catechistico un po’ spiritualista, ma in fondo la verità è questa! – questa serie di scelte tra cui decidere la chiamiamo “fare discernimento”.
Fare discernimento
Discernere, ovvero scegliere separando, è l’attività a monte di ogni azione pastorale. Per distinguere il grano buono dalla zizzania per costruire il Regno dei Cieli (Mt 13,24-30), siamo chiamati a scegliere attività, contenuti e metodi più consoni alla realtà che abitiamo, per non seminare zizzania noi in primis, cioè per non mischiare corrosivi alla miscela anziché consolidarla.
Il discernimento che ci è richiesto o, se vogliamo, le scelte che siamo chiamati a fare per le comunità in cui viviamo, passano per la “porta stretta”(Mt 7,13) e sono a dimensione del più piccolo (Mc 10,13-15), non solo anagraficamente, degli abitanti che la vivono. Allo stesso tempo, queste scelte tengono conto di un mondo pieno di dubbi su come andare avanti, un mondo in cui l’improvvisazione in caso di pandemie globali è necessaria tanto quanto la pianificazione. Di conseguenza, emergono varie domande:
Come discernere quali azioni applicare nell’anno pastorale che verrà?
Come farci guidare dalla luce di Cristo anche nell’improvvisazione, per non agire in modo sconclusionato ma finalizzato?
Che misura dare alla “porta stretta” che abbiamo scelto di percorrere con la nostra comunità nell’anno che inizia?
Per rispondere a queste domande, arricchiamo gli ingredienti di progettazione utili alla nostra azione pastorale con uno strumento che si pone a metà tra la finalità alta (il sogno di arrivare a tutti i bambini e ragazzi, di prossimità, di relazione, di semplicità evangelica ecc… ognuno può pensare questa finalità “alta” come crede nella comunità) a cui tende ogni azione formativa e le tendenze operative successive: i criteri pastorali.
I criteri pastorali
Una volta definita la finalità ultima del nostro agire, che si può sempre tradurre in linea di massima come “avvicinare a Cristo”, si è di solito abituati a ragionare subito in termini operativi. Dalla finalità più alta a valanga si passa agli obiettivi concreti, e da questi ultimi alle attività pratiche, il tutto spesso e volentieri anche di corsa, perchè si sente di non avere tempo (“Non ho tempo”). Anziché dare spazio a un aspetto di discernimento che può essere misura stilistica del nostro agire come Chiesa (e non come altro) si prosegue facilmente per una via che, in fin dei conti, è esclusivamente deduttiva (dal principio teorico a quello pratico) e che si traduce soprattutto in strategie esortative (“dobbiamo essere più …”), che sfociano nel paternalistico (“i nostri pastori ci chiedono di essere…”) o nel moralistico (“se non siamo così.. allora..”). Ragionare per criteri che traducano l’azione implica non passare direttamente dal “perché” al “cosa”, ma sostare nel “come”, definire la forma che potrebbe avere un’azione prima che i suoi dettagli operativi.
Sostare un po’, rallentare e discernere.
Un criterio:
- Come un principio (ad es: la lealtà, il rispetto, la fiducia ecc..), è generico e non si riduce in una specifica azione o situazione, ma diversamente da un principio è pratico, orienta all’azione, non rimane teorico;
- Come un obiettivo (che produce un risultato atteso da una determinata azione), è finalizzato alla praticità, ma diversamente da esso, non si risolve in una specifica situazione o azione, bensì ne produce molteplici.
Con “criteri pastorali” possiamo quindi intendere una serie di caratteristiche – mai troppe! – che qualificano la natura della nostra azione, che danno misura del modo in cui vogliamo raggiungere le finalità definite. Se la finalità risponde alla domanda “Da chi andremo?”, e le attività alla domanda “Cosa vogliamo fare per andarci?”, il criterio segue invece, insieme all’obiettivo, la logica del “Come”. Diversamente dall’obiettivo, la cui domanda strettamente operativa è “Come vogliamo arrivarci?”, il criterio è più sottile e introspettivo, e porta chi progetta a chiedersi “Come vogliamo comportarci per arrivare alla nostra finalità?”. Definire dei criteri, a monte di obiettivi, metodi e contenuti formativi, crea uno spazio di riflessione su come la nostra comunità educante si vuole porre verso i destinatari della progettazione, che siano questi consacrati, educatori in oratorio, genitori, bambini o adolescenti.
Nella tabella di seguito si trovano alcuni criteri esemplificativi che si potrebbero scegliere per conferire uno specifico stile alle azioni formative da intraprendere. Ripetiamolo, si tratta di esempi, ciascuno può definirli in base alla situazione e alla finalità. Si consiglia comunque, nella definizione di un criterio, di scegliere un “nome”, che chiaramente è utile ai fini di brevità, e accompagnarlo con una breve descrizione che lo espliciti e non renda il criterio ambivalente. È utile poi dare delle azioni concrete, a titolo esemplificativo, che emergono da un criterio, così che il criterio mantenga praticità e non diventi un principio teorico.

I criteri ci impongono delle scelte profonde. Non possiamo infatti pensare di applicare tutti i criteri sopra considerati – ad esempio – non solo per l’apparente contraddittorietà di alcuni (vedi “omogeneità” ed “eterogeneità”), ma anche perché la limitatezza della cognizione umana ci richiede di declinare i nostri comportamenti finalizzati secondo un numero più limitato di caratteristiche. In altre parole, andare in troppe direzioni, anche a livello di comportamenti, è un po’ come non andare da nessuna parte. “Il percorso di catechesi con i ragazzi di quest’anno dovrà promuovere la relazione tra coetanei ma allo stesso tempo un confronto alla pari sulle tematiche a loro care, senza dimenticare ovviamente i fondamentali della dottrina perché – diciamocelo – questi ragazzi non conoscono più la dottrina! Che certamente passa per la Parola di Dio, ma mi raccomando con uno stile gioioso e soprattutto un metodo esperienziale, per questo penso sia meglio che essi vivano momenti con la comunità adulta per percepire la comunità. Ah la relazione con i coetanei dite? Sì, con i coetanei e con la comunità adulta!”. A Roma si dice “botte piena e moglie ubriaca”.
Discernere implica scegliere. Ma come fare quindi a scegliere i criteri più adatti per la nostra comunità e per la finalità che ci proponiamo?
Come scegliere i criteri pastorali
Le misure qualitative di un’azione, a una prima analisi, sembrano tutte più che adeguate.
Costretto in alcune situazioni pastorali a dover progettare per criteri, anziché per obiettivi, toccai con mano quanto scegliere sia complesso. Nonostante i mal di testa lasciati da riunioni su riunioni, mi sono reso conto che l’istanza toccava anche la mia sfera professionale. Emergeva infatti una domanda specifica:
L’expertise psicologica potrebbe facilitare la selezione dei criteri?
E se sì, come?
Quello che vi propongo, cercando di mantenere un’adeguata sinteticità, è una sorta di “libretto di istruzioni” per una buona progettazione pastorale per criteri e per l’applicazione di questi ultimi. L’esigenza di scegliere dei criteri pastorali può porsi in diverse situazioni specifiche, ma la selezione di alcuni criteri piuttosto che altri è un problema molto legato al tempo e al luogo in cui viviamo. Per questo, le riflessioni qui di seguito saranno legate a una situazione esemplificativa ideale, che potrebbe essere più o meno rappresentativa della nostra specifica realtà pastorale.
Immaginiamo di trovarci in una zona periferica abbastanza circoscritta, dove quasi tutti gli abitanti nel quartiere si conoscono e le due parrocchie presenti sono i principali luoghi di ritrovo, ma i giovani spesso non si ritrovano in zona, perchè magari vanno a scuola o all’università in altri quartieri con maggiori opportunità. Nella parrocchia un po’ più marginale della zona, frequentata prevalentemente da anziani e da poche famiglie, una comunità di quattro giovani educatori, che fino ad ora ha svolto la catechesi nell’unico gruppo di comunione, vuole realizzare insieme al vice parroco – che però si occupa anche della Caritas e delle visite ai malati – delle attività per il bambini che celebrano la comunione, un “post-comunione”, con cui far arrivare ai ragazzi la proposta che Gesù possa essere considerato un amico e che la parrocchia sia un luogo dove passare del tempo di qualità (la doppia finalità che il gruppo dei quattro ha considerato buona). Il gruppo si ritrova a settembre, dopo tre mesi di stop estivo dalle attività, e dopo aver inquadrato abbastanza chiaramente l’obiettivo a cui arrivare, non sa come relazionarsi con i ragazzi o che tipo di attività realizzare per raggiungere l’obiettivo. Il gruppo di educatori è abbastanza eterogeneo, e vi prendono parte uno psicologo in formazione, un novizio ingegnere, un’insegnante agli inizi della sua professione e una storica dell’arte.
Mettiamo caso che il vice parroco, leggendo questo blog, trovi i criteri precedentemente citati e li proponga al gruppo come spunto di riflessione: sorgerà in loro spontanea la domanda su come selezionarli e utilizzarli. A questo punto torna utile la questione precedentemente considerata, ovvero come può intervenire l’expertise psicologica per aiutare il gruppo a scegliere i criteri migliori da adottare in quella specifica situazione? Se i criteri sono, come dichiarato, un aspetto di stile comunitario dell’azione formativa imprescindibile sia per la relazione con i ragazzi che per le attività da progettare e realizzare, allora, a monte di questi è necessario svolgere due compiti: distinguere tra criteri di diverso tipo e individuare gli elementi di stile personale posseduti.
Andiamo a distinguere i criteri precedenti in criteri operativi e criteri relazionali. Molte teorie psicologiche, come quelle che concettualizzano la leadership o spiegano cosa motiva le persone ad agire in determinati modi piuttosto che altri, distinguono sempre il versante relazionale dal fronte delle attività, non tanto come contrari ma come due dimensioni indipendenti e da riconoscere in ogni azione umana finalizzata, come è l’attività formativa. Nello specifico, con criterio operativo si intende un “varco” progettuale che si sceglie per qualificare le attività da realizzare, mentre per criterio relazionale intendo la“porta” che si vuole aprire nei destinatari, sul fronte della relazione con sé stessi, con Dio e con l’altro.

Una volta operata questa distinzione, ognuno dei promotori dell’azione formativa dovrà individuare quale stile relazionale e operativo lo caratterizza. Per farlo, si potrebbe stampare questa tabella e chiedere ad ogni formatore coinvolto di stabilire individualmente una propria gerarchia di criteri, relazionali e operativi, riportandone se possibile le motivazioni. In pratica, a ognuno è chiesto di capire quali “abiti”, operativi e relazionali, veste meglio in oratorio e in parrocchia, dal più aderente (primo in gerarchia personale) al meno calzante (più in basso nella gerarchia). Questa ricerca dell’introspezione dettata dal criterio può richiedere tempi più o meno lunghi, per cui si può sia richiedere agli educatori di farla a casa tra un incontro e l’altro o anche dedicarle un intero incontro, introdotto magari dalla lettura di un brano sui carismi (es. 1Cor 12, 4–11) e da una meditazione dell’assistente dell’oratorio.
Una volta che ognuno avrà espresso e chiarito la propria gerarchia di criteri, anche mettendola in discussione nel confronto con gli altri, se necessario, sarà possibile intraprendere una fase di riflessione comunitaria, in cui la condivisione dei criteri di ciascuno potrà condurre alla selezione di due criteri relazionali e due criteri operativi condivisi tra tutti, sulla base dei quali iniziare la progettazione effettiva. L’idea che vi siano almeno due criteri per tipologia è utile per lasciare sempre spazio ad un’alternativa.
Nel caso più semplice, potremmo avere una buona uniformità delle singole gerarchie, che faciliterà l’individuazione dei criteri condivisi. In alternativa, però, soprattutto se il gruppo di catechisti è piuttosto eterogeneo per attitudini ed esperienze, potrebbe succedere che ci siano delle divergenze apparentemente inconciliabili: se fra i criteri operativi lo psicologo avesse messo al vertice l’intelletto, mentre l’ingegnere la praticità, e gli altri due educatori avessero posizionato questi due criteri a livello intermedio, come si potrebbe agire per trovare un accordo?
Una soluzione semplice è provare e, nel caso, sbagliare.
Andare per tentativi, acquisire una postura sperimentale rientra in quella logica processuale d’apprendimento che predilige la possibilità di sbagliare e apprendere al risultato. Una progettazione per criteri richiede questo stile processuale proprio perché non è interessata, come in una progettazione per obiettivi, all’esito dell’azione (il “cosa”), bensì alla sua forma (il “come”).